“C’era una volta”: O.J. Simpson e la rivincita nera

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“Not guilty”. I sorrisi, le lacrime, le urla. Di giubilo e di rabbia. Dopo neanche un anno di processo O.J.Simpson viene scagionato dalle accuse di duplice omicidio colposo e può tornare ad essere un libero cittadino americano.

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O.J. Simpson durante il processo

Simpson è uno dei giocatori più forti della storia del football statunitense, il miglior running back degli ultimi vent’anni. MVP dell’NFL, nel 1973 è la star indiscussa dei Buffalo Bills: corre come sanno correre in pochi, schiva i colpi con naturalezza. Ed è nero. O.J. Simpson non è però il tipico afro proveniente dai quartieri poveri, che non dimentica le sue radici. Lui nel lusso ci si trova bene, ama i bianchi e vuole continuare a vivere come loro. Nel 1985 è ormai un ex giocatore ed ha avviato con discreto successo la carriera cinematografica; è amato da tutti i neri d’America, perché è uno che ce l’ha fatta, che ha buttato giù a suon di spallate la barriera che divide il loro popolo dai bianchi. Si sposa con Nicole Brown, idealtipica bionda nata tedesca e trapiantata in California; gioca a golf con Bill Clinton e prende lezioni di dizione per parlare come i bianchi. Arriva a dire che farebbe di tutto per stare con loro, anche schiarire il colore della sua pelle.

Il 13 giugno del 1994 Nicole Brown viene trovata morta nel suo appartamento insieme al collega di lavoro Ronald Goldman. Per lui venti coltellate, per lei dodici, di cui molte al collo. Le indagini corrono rapide e portano verso Simpson come unico indiziato. Dopo quattro giorni gli Stati Uniti assistono ad uno degli avvenimenti mediaticamente più seguiti della storia, di quelli che piacciono a loro: guardie, ladri, armi. Se ci mettiamo anche un campionissimo del football, il pubblico è in visibilio. Braccato dalla polizia, O.J. Simpson tenta di darsi alla macchia ma viene identificato ed inseguito da venti auto della Polizia, più un elicottero. Le trasmissioni televisive e radiofoniche vengono invase dalle immagini live dell’inseguimento, che arrivano addirittura a sostituire le finali playoff dell’NBA. Alla fine niente sparatorie, tantomeno sangue: O.J. Simpson si consegna ai poliziotti.

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O.J. Simpson e sua moglie Nicole Brown

“Not guilty”, rieccoci qui. Il processo Simpson è il più controverso della storia giuridica americana. Per la rabbia, la ridicolezza, l’odio e la disparità messi in mostra. La giuria è formata da nove neri e tre bianchi, che dopo un processo di nove mesi si riuniscono in camera di consiglio ed in sole tre ore deliberano l’assoluzione dell’imputato. La sentenza non può essere ribaltata, nessuna speranza di appello. O.J. Simpson è penalmente innocente, condannato poi in parte civile a pagare trenta milioni di dollari alla sorella di Ronald Goldman come risarcimento morale.

Gli elementi per l’ergastolo erano presenti in gran parte, ma la differenza l’ha fatta il contesto storico-sociale in cui si è svolto il processo. Il DNA ritrovato su diversi oggetti, compatibile con quello di O.J. Simpson, non viene considerato perché gli esami di laboratorio non sono stati svolti regolarmente. I guanti sporchi di sangue presenti nel giardino della scena del delitto si rivelano un arma a doppio taglio: durante il processo vengono fatti indossare all’imputato, ma sono troppo stretti. “If it doesn’t fit, you must acquit”. Da prova inconfutabile a elemento di discordia nei confronti del detective Mark Fuhrman, incaricato di dirigere le indagini. Viste le pregresse dichiarazioni di odio verso i neri da lui manifestate, viene accusato di aver manomesso le prove per discriminazione razziale e, in conclusione, risulta essere l’unico condannato del processo.

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Un momento degli scontri scoppiati a Los Angeles nel 1992

Il caso Simpson è l’emblematica rappresentazione della black revenge nei confronti della giustizia americana. Los Angeles, sede del processo, è il teatro delle terribili proteste del ’92 scoppiate a seguito del pestaggio di Rodney King da parte delle forze dell’ordine, le stesse che suggerirono ai dottori di iniziare a ricucirlo “Dal sedere, così questo sacco di merda si gonfierà fino a esplodere”. La città degli angeli ha ora la possibilità di far vedere l’altra faccia della medaglia, quella nera. Per i giurati afroamericani non esiste neanche il beneficio del dubbio. Simpson è un idolo e non sta a loro decidere sulla sua caduta. I ghetti di tutta America attendono la notizia pronti a scatenare l’inferno, memori dei fatti di Watts e di tutti i torti subiti dalla loro gente fin dalla dichiarazione di indipendenza di Philadelphia.

“Not guilty”, di nuovo. Perché O.J. Simpson pareggia i conti di dieci generazioni, è la rivalsa di chi sa di essere in errore e proprio per questo gusta a fondo il momento.
Il football ha fatto sì che ci fossero un’assoluzione e non una condanna, degli applausi e non delle rivolte. O.J. Simpson era un simbolo di una civiltà e come tale andava trattato. Non è stata la prima volta che la politica si è mischiata allo sport, che la legge si è dovuta esprimere in merito a diatribe che riserverebbero pochi dubbi, se non fosse per la collusione sportiva in esse insita. Non è stata la prima e non sarà l’ultima. Lo sport si è dimostrato potente veicolo di consensi, placebo per le folle. A pagare, quasi sempre, sono gli idoli. Ma ogni tanto ne resta in piedi qualcuno.

Andrea Zezza

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Fantallenatore incallito, tifo solamente per gli undici beniamini che mando in campo ogni domenica. Amo qualsiasi cosa rotoli in terra, ma non disdegno la ginnastica artistica. "Amarcord" è uno stile di vita.

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