Il vero campione è finito solo quando lo decide lui

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Roger Federer è tornato? In realtà non se n’è mai andato!

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Il ritorno prepotente di Roger Federer ad alti livelli, culminato con la vittoria del torneo di Dubai e con la sconfitta solo al tie break nella finale di Indian Wells contro Novak Djokovic, ha riaperto tra gli appassionati di tennis il dibattito sulle reali possibilità del campione svizzero di competere ancora per la conquista di uno slam nonostante età, chilometraggio e piccoli inconvenienti fisici. A 32 anni suonati, sulla tangenziale in prossimità dell’uscita per i 33, Federer ha regalato ai propri tifosi una settimana da sogno, riecheggiando ai loro occhi quelle movenze combinate al quantitativo spropositato di talento che lo caratterizza, dopo una stagione come quella scorsa nella quale il numero delle delusioni aveva sovrastato quello delle soddisfazioni. Stagione in cui troppe volte, mancandogli di rispetto, addetti ai lavori e non lo hanno spesso associato e con colpevole anticipo all’aggettivo FINITO.

Come è possibile commettere questo clamoroso errore? La storia davvero non ha insegnato niente? Si, perché se ora parliamo di Federer, sono innumerevoli i casi di fenomeni dello sport dati per finiti e poi tornati alla ribalta, agli onori della cronaca, al primo posto, nonché quello che gli compete.

Dopo l’infortunio di Udine, si sviluppò una campagna mediatica in cui si affermava che Alessandro Del Piero non sarebbe più tornato quello di prima. La storia avrebbe poi dimostrato come Pinturicchio due o tre cosette da dire ce le aveva ancora. La stesso trattamento che dovette sopportare Filippo Inzaghi dopo essersi infortunato al ginocchio nel corso di un Milan-Chievo. Probabilmente anche adesso che allena starà rincorrendo, sospirando ad alto volume, il malcapitato difensore avversario. Francesco Totti, dopo l’infortunio che ne aveva messo a repentaglio la partecipazione ai Mondiali che poi avrebbe vinto da protagonista, si sentì più volte associato all’aggettivo “Bollito”. E ancora oggi, non appena abbassi il suo straordinario livello di gioco, si comincia in maniera irriguardosa a ipotizzare il giorno in cui girerà la promessa sit-com con la moglie Ilary. Ha segnato anche ieri sera. E poi Michael Jordan, si avete capito bene, MICHAEL JORDAN, dopo che decise di mettere fine al suo primo ritiro dalla pallacanestro in seguito alla tragica morte del padre, dovette sentirsi dire che non avrebbe più vinto un titolo. Ebbene, ne vinse tre. E poi Johnny Wilkinson, piedi da giocatore di calcio a 5 montati su un fisico di cristallo per essere quello di uno che ha deciso di non giocare in un palazzetto ma su un prato verde, non con un pallone rotondo ma con uno ovale. Mille infortuni ne hanno rallentato la carriera, nella quale però ha fatto in tempo a decidere un’indimenticabile finale Mondiale con un drop a pochi secondi dalla conclusione e a far registrare svariati record personali. “Non tornerai mai quello di prima”, gli dicevano. Lui puntualmente li smentiva, tornando ad illuminare i principali teatri del Rugby. Avevi sempre la sensazione che potesse farsi male da un momento all’altro, ma anche che prima o dopo sarebbe tornato. E poi Federica Pellegrini, che dopo il fallimento dell’Olimpiade di Londra fu invitata dai più a darsi alle sfilate e a lasciare la piscina. Il risultato? In meno di un anno arricchisce il suo repertorio con il dorso, si presenta ai Mondiali di Barcellona e porta a casa una medaglia. Di esempi potremmo farne a decine, da Armin Zoeggler a Josefa Idem, da Javier Zanetti a Ray Allen, da Tiger Woods a Kobe Bryant, da Pete Sampras a Serena Williams. Tutti campioni di longevità, di integrità mentale, di classe sconfinata.

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Al giorno d’oggi vi è un abuso dell’attribuzione dell’aggettivo “Finito” sconcertante. Lo stesso abuso che qualche anno prima vi è nell’attribuzione dell’aggettivo “Campione”. Posto che i veri campioni sono pochi, come si fa a non capire che chi rientra in questa sfera possiede qualcosa di speciale, di misterioso, di alieno? Altrimenti non sarebbero tali. E tra le qualità che possiedono rientra quella di sapersi rialzare dopo una sconfitta, di saper andare oltre i propri limiti, oltre i record e oltre gli avversari. Perché se è vero che l’età non fa sconti, è vero anche che solo chi manovra il proprio marchingegno può valutare il reale valore dello stesso e il giorno in cui appendere scarpini, racchetta, cuffia al chiodo. Questo malcostume è probabilmente figlio dell’idea distorta secondo la quale chi è vecchio deve andare a casa e lasciare spazio ai giovani. Ma come diceva Croce a proposito dei politici, “se uno è vecchio ma è bravo, va rispettato”. E allora che i giovani aspettino il proprio momento, sconfiggano sul campo questi mostri sacri, dimostrino di valere il loro livello. Non basta possedere una carta d’identità meno scolorita.

Ma ciò che lascia più perplessi è che non si impara mai dai grandi esempi del passato, ci si dimentica di aver considerato fino a qualche mese prima qualcuno un fenomeno, per poi qualche mese dopo ridurlo ad un nulla. Tranne rari casi, chi davvero è stato grande ha dalla sua un posto speciale nella considerazione degli Dei, un destino che rispetta la propria storia e che fa in modo di continuare a scriverne delle pagine, fino a vuotare completamente il barattolino dell’inchiostro. Posso comprendere, seppur in minima parte, chi con queste storie deve motivare un titolone sul proprio quotidiano, non chi si spaccia per amante di un determinato sport e che tale lo è diventato perché implicitamente una delle sopra citate colonne dello stesso ne è stata la causa. Perché dobbiamo essere noi osservatori, addetti ai lavori o tifosi a celebrare il funerale di un campione? Che fretta abbiamo? Quale è il motivo di farlo e di non proteggerli?

Lasciamo che siano loro stessi a farlo, lasciamogli l’ultima esultanza, l’ultimo pianto, l’ultimo trionfo. Sapranno loro quando sarà giunto il momento. Tenete bene a mente che utti i grandi campioni hanno un Moleskine ideale o non sul quale prendere nota dei nomi di tutti gli sciacalli. E anche questa situazione sapranno come volgerla a loro favore, sfruttandola come ulteriore motivazione.

Non c’è verso. Vincono sempre loro.

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Francesco Lorenzato  –  cescogallo on Twitter

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Francesco Lorenzato

Sono un Core de Roma di 23 anni, ambasciatore in Italia per l'associazione "RadioTelePcSport dipendenti". A tempo perso studio Scienze Politiche e pascolo in mezzo a un campo di calcio con l'idea di tentare di arbitrare. Da piccolo mi sono avvicinato al calcio per Simone Inzaghi, al Basket per JR Smith, alla Formula 1 per Mazzacane. Spero che almeno nel raccontare sport sia in grado di prendere la strada giusta. Credo che come esiste un modo ideale di praticare uno sport, ne esista anche uno per raccontarlo.

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