La Rugby World Cup in 5 scatti

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“As Vortegirn, king of the Britons, was sitting upon the bank of the drained pond, the two dragons, one of which was white, the other red, came forth, and approaching one another, began a terrible fight, and cast forth fire with their breath. But the white dragon had the advantage, and made the other fly to the end of the lake. And he, for grief at his flight, renewed the assault upon his pursuer, and forced him to retire”.
Geoffrey of Mormonth, “Historia regum britanniae”

Queste parole fanno riferimento ad un’aspra battaglia tra un drago bianco e un drago rosso che apre la cosiddetta “Profezia di Merlino”. Tale episodio è diventato nel tempo allegoria della rivalità tra Inglesi e Gallesi e, sebbene siano state scritte nel XII secolo, difficilmente tali parole potrebbero descrivere meglio quanto visto sul campo di Twickenham tra Inghilterra e Galles, 80 minuti che, anch’essi, finiscono di diritto nella leggenda sportiva di questo gioco. Una partita splendida, in cui, come narrato da Geoffrey of Mormonth, è dapprima il drago bianco, quello inglese, a portarsi in vantaggio sull’altro, quello gallese, che sembra quasi subire inerme le ondate offensive dei padroni di casa riuscendo a fatica a tenere il passo. Ma col passare dei minuti l’Inghilterra cala vistosamente dal punto di vista fisico e la tenacia dei Gallesi emerge in tutta la sua forza, culminando nella straordinaria meta di Davis che, grazie anche alla trasformazione di Biggar, scrive una pagina indelebile di questo sport e segna il negativo punto di svolta del deludente mondiale degli Inglesi.

Prima del mondiale era opinione diffusa che sarebbe stato il Galles ad essere l’esclusa eccellente del girone della morte che annoverava, oltre all’Inghilterra padrona di casa, la finalista Australia, le isole Fiji e l’Uruguay. Si pensava ciò non tanto perchè i gallesi esprimessero un gioco molto meno convincente delle dirette rivali al passaggio del turno,quanto per il fatto che arrivavano alla rassegna mondiale orfani di Halfpenny, terzo miglior scorer della nazionale rossa, e di Rhys Webb, cruciale mediano di mischia, persi poco prima dell’inizio del Mondiale. Ma questa sorte avversa ha cementificato il gruppo e ha aperto la strada alla riscossa di Dan Biggar, che sostituiva proprio il titolarissimo Webb. A suon di prestazioni convincenti è diventato il fulcro della manovra gallese e la sua preparazione al calcio fatta di tic nervosi è diventata di assoluto culto. Era dai tempi delle esultanze di Pippo inzaghi che non vedevo un epilessia simile. Certo è che se poi a guidare l’ondata rossa c’è un capitano con gli attributi di Sam Warburton vincere diventa notevolmente più facile. Al di là di un cognome che gli invidierò fino alla fine dei miei giorni, il capitano gallese ha dimostrato di essere la punta di diamante di questa squadra. Quando la palla scottava la carica dritto per dritto a sfidare la linea avversaria è stata sempre la sua, e questa cattiveria inebriava tutta la squadra, che ne accompagnava decisa la carica. Lo eleggerei senza esitare un momento nella top 3 dei più sfigurati all’uscita dal campo assieme al capitano neozelandese Richie Mc Caw e quello australiano Stephen Moore.

Sol Levante

Tratto da “Sulla via della seta“.

“Infatti, negli ultimi dieci minuti si giocherà per il 96% del tempo nella metà campo sudafricana e per il 91% del tempo il pallone sarà di proprietà giapponese. Il Giappone gioca un’ultima azione infinita, un po come quella che giocavate al campetto prima di cedere sotto le minacce di vostra madre e tornare a casa per cena. Ben 19, DICIANNOVE, fasi organizzate, in cui i ragazzi di Eddie Jones arrivano ad un centimetro dalla meta. Il sudafricano Oosthuizen commette una penalità grave, l’arbitro gli sventola il cartellino giallo, il Giappone guadagna un calcio di punizione che se trasformato varrebbe il pareggio. Piccolo conciliabolo tra samurai, atteso con ansia dai verdi schierati sulla linea di meta, ognuno di loro accovacciato sulle proprie gambe e in debito d’ossigeno. I giapponesi danno un senso di folle compiutezza alla migliore partita che abbiano mai giocato scegliendo di rinunciare al calcio e di preferire il colpo grosso. Altra touche e si prosegue ad oltranza l’ultima azione fino a che la palla non uscirà dal terreno di gioco, con un unico obiettivo: la meta del sorpasso.

Si gioca una mischia, i sudafricani sono alle corde e commettono fallo; se ne gioca un’altra. Quando la palla esce, comincia l’ennesima multifase nipponica che si conclude, dopo sette riprese e due cambi di fronte, con la schiacciata di Hesketh che giunge tre minuti e 55 secondi oltre il tempo regolamentare. Il pubblico neutrale è in delirio, tra i tifosi nipponici presenti sulle tribune dello stadio di Brighton c’è gente di tutte le età. I più anziani piangono”.

Il Giappone che nei raggruppamenti distrugge il Sudafrica. Che gioca il Rugby più esaltante degli ultimi anni a firma di una nazionale che non sia una delle grandi dell’emisfero sud. Un mediano di mischia sotto i 170 cm. Si, il GIAPPONE che batte la potenza sudafricana. Con una meta a tempo scaduto. E poi quel supereroe che hanno nel ruolo di estremo, che di nome fa Ayumu e di cognome Goromaru.

Rende l’idea no?

 

 

Il treno delle grandi

La partita di quarti di finale tra Argentina e Irlanda valeva molto più di un comunque importantissimo accesso alla semifinale. Essa rappresentava un momento storico giacchè nessuna delle due aveva mai conquistato nella propria storia la semifinale di un mondiale, ma anche e soprattutto perché accedere alle top 4 avrebbe significato affermarsi tra le grandi del mondo entrando dalla porta principale. L’Irlanda, per gioco e qualità in campo, era considerata, dopo l’eliminazione dell’Inghilterra, la squadra europea sicuramente più accreditata per arrivare in fondo alla competizione. Dal canto suo l’Argentina, con il suo gioco fatto di generosissime fiammate a ritmo spaventoso contornate da tecnica e disciplina a volte rivedibili, arrivava all’appuntamento con buone certezze e con la consapevolezza che gli avversari sarebbero stati orfani delle colonne portanti del loro gioco, il capitano O’Connell, il mediano d’apertura Sexton e l’estremo Zebo. Proprio queste assenze hanno inciso in maniera determinante, visto nei primi 20 minuti è stato un monologo argentino. L’Irlanda non è scesa in campo e ha faticato a trovare un uomo a cui aggrapparsi per risalire. Madigan, che aveva fatto benissimo contro la Francia, ha dimostrato di non avere la stessa incisività sui palloni importanti di Sexton, mentre dall’altra parte le prime linee argentine andavano ad ogni contatto col fuoco negli occhi. I Championships ci avevano dato un segnale, il Mondiale ci ha dato una conferma: l’Argentina è diventata grande.

 

“The Bus” Unstoppable

Ci sono gesti tecnici che danno da mangiare per anni a cultori delle clips e che, tramandati di generazione in generazione, rimangono nelle memorie per sempre. “Quel giorno in cui Diego Armando Maradona fece lo slalom gigante tra le due linee di difesa inglese e segno il gol più bello di tutti i tempi”. Oppure “Quel giorno in cui a Salt Lake City Michael Jordan dipinse la sua personalissima Cappella Sistina segnando il tiro decisivo per il titolo NBA, l’ultimo con la maglia dei Chicago Bulls. Ai secoli The Last Shot”.

Come il 18 Giugno 1997 Jonah Lomu segno’ contro l’Inghilterra la metà esemplificativa della potenza degli All Blacks, il 17 Ottobre 2015 passerà alla storia in cui Lomu si è’ reincarnato nelle vesti di Julian Savea, segnando contro l’altra acerrima rivale europea, la Francia, la meta-manifesto di superiorità neozelandese.

Quando Savea riceve l’ovale da Retallick poco prima di di metter piede nei 22m francesi, è già lanciato a velocità a noi sconosciute, ma non ha ancora messo la sesta. Una volta perfezionata la ricezione, comincia il vero capolavoro della durata di poco meno di cinque secondi, in cui Savea abbatte prima Wesley Fofana, poi Scott Spedding, salvo poi trascinarsi un altro francese direttamente in meta.

Se la meta di Lomu è entrata nel mito, è perché trasuda tutta l’essenza del Rugby e l’idea superficiale che di esso ci si può fare. Rappresenta il sogno di qualsiasi bambino rugbista nel momento in cui per la prima volta prende in mano un ovale, ovvero sia quello di investire come un tir chiunque si frapponga tra lui e la meta, come accade nei film americani in cui il protagonista della vicenda (più facile si tratti di un giocatore di football ma non cambia la solfa) funge da sacco per gli avversari rimbalzanti a terra sotto il suo implacabile incedere.

Questa meta è la riedizione di un gesto tecnico passato alla storia, che in Savea ha trovato ulteriore compiutezza, nuovo colore e rinnovata linfa. L’azione di Lomu fu più faticosa, forse per questo mitica. Dovette dapprima rimediare ad un passaggio impreciso, poi riprendere la strada della meta, resistere al primo contatto e poi ciondolante mettere sotto un avversario già in caduta, per poi schiacciare. L’azione di Savea è invece perfettamente pulita, la degna conclusione di una meravigliosa azione corale, priva di intoppi e impressionante per naturalezza.

Sembra di rivedere lo stesso film vent’anni dopo, con tecniche video e scenografia migliori. E non è detto che stavolta abbia meno fascino.

 

Orgoglio d’Italia

Nell’appena sufficiente, se non deludente, mondiale dell’Italia c’è una meravigliosa storia, quella di Mauro Bergamasco, che è entrato con tutti i meriti nell’esclusivissimo club di coloro che possono vantare la partecipazione a ben 5 Mondiali, record che condivide con il samoano Brian Lima. Nella sua celebrazione vi è però un episodio che ha fatto discutere e non poco, ossia l’esclusione di Mauro da parte del ct Brunel nell’ultima sfida dell’Italia al Mondiale contro la Romania. A eliminazione già maturata, sebbene con il terzo posto (valevole per la qualificazione alla prossima coppa del Mondo) ancora da conquistare, ci si aspettava che il tecnico francese concedesse al flanker italiano quantomeno una passerella d’onore, ma ciò non è successo e Mauro è stato addirittura relegato in tribuna. Scelta tecnica ha tenuto a precisare Brunel, che proprio qualche settimana prima dell’inizio del Mondiale aveva ricevuto pesanti critiche da Mirco Bergamasco, fratello di Mauro, in riferimento alla mancanza di dialogo tra allenatore azzurro e giocatori. Teniamo a precisare che le scelte tecniche sono parte integrante dello sport e della discrezionalità di un allenatore, ma nel caso specifico la questione in sé esulava dall’ambito squisitamente tecnico. Era in primis una questione di rispetto nei confronti del giocatore, dell’uomo, della storia azzurra. Senza considerare poi il fatto che, in un’Italia priva, tra gli altri, di leader del calibro di Ghiraldini e Parisse, il carattere di Mauro Bergamasco avrebbe fatto un gran comodo alla causa italiana. Resta il fatto che nella frazione di gara giocata contro il Canada, Mauro ha dimostrato che a 36 anni può ancora cambiare volto alle partite e di poter ancora ampiamente giocare a questi livelli. Se Brunel, come ha dichiarato ai microfoni, non ha bisogno di fare scelte di cuore c’è da dire ad onor del vero che c’era un intero Paese che ne aveva un gran bisogno. Grazie di tutto Mauro, e buona fortuna.

 

 

Alessandro Giovannini & Francesco Lorenzato

 

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Alessandro Giovannini

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