Uno sport che non c’è più

  •  
  •  
  •  
  •  


C’era una volta il ciclismo. Lo sport del popolo, il trionfo della fatica, l’apogeo della volontà. C’era una volta un ciclismo fatto di storie e di aneddoti, di leggende e di racconti. C’era una volta il giornalismo sportivo, quello in grado di far volare l’immaginazione, di suscitare emozioni e di far palpitare i cuori con le sole parole, con l’inchiostro su una pagina rosa o con la voce disturbata da un’interferenza alla radio. Era lo sport del racconto, dove gli uomini narravano di uomini, dove allo sportivo, al nuovo eroe, serviva il giornalista, lo scrittore che ne cantasse le gesta e lo elevasse al di sopra dei comuni mortali, giustificando l’immensa fatica di un Giro d’Italia, di una scalata infinita sotto il diluvio su biciclette senza cambio, su strade sterrate, con la camera d’aria di ricambio a tracolla e un panino col salame nella bisaccia.

Basta accendere la tv o connettersi alla rete per vedere i goal di Messi, le smorzate di Federer, le schiacciate di Bryant o le pedalate di Contador. Ma provate a chiudere gli occhi per un istante, comparate il brivido che si avverte nel provare ad immaginare soltanto quelle leggende che non abbiamo mai visto, ma di cui sentiamo parlare con rispetto e ammirazione, quasi devozione da quando eravamo bambini. “Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste; il suo nome è Fausto Coppi” chi non ha un senso di spaesamento al solo pensiero di questo uomo che quasi come una figura biblica, si staglia all’orizzonte da solo, con il volto sformato dalla fatica mentre pedala, con la strada che si inerpica davanti a lui verso il cielo? Vinse una Sanremo con 14 minuti sul secondo, alla radio diedero la notizia del suo arrivo e in attesa del resto dei concorrenti trasmisero musica da ballo. La scena della borraccia con Bartali è rimasta nella leggenda, in un alone di mistero su chi dei due l’abbia passata questa benedetta borraccia, è bastata una foto, un fermo immagine per far discutere una nazione. Girardengo era un campione ma era amico del bandito Sante Pollastri come ci ricorda De Gregori, “una storia d’altri tempi di prima del motore, di quando si correva per rabbia o per amore”.

Qualcuno ha mai sentito parlare di Pelè? Ma quanto l’hanno mai visto giocare? Dai racconti e dalle voci, dalle cronache dell’epoca, dagli aneddoti di chi gli è stato avversario ne esce quasi un semidio e tu non puoi semplicemente paragonarlo a nessuno di quelli che guardi giocare in TV, perchè ci sarà sempre il signore canuto che guarda lo schermo con fanciullesca curiosità, per poi voltare gli occhi lucidi e persi nel vuoto mentre sussurra “Bravo, bravissimo! Ma fidati, Pelè era un’altra cosa” E se il signore non lo volete con i capelli bianchi a Pelè sostituite Maradona, ma quello davvero era un’altra cosa.

Come ha cambiato l’avvento dell’informazione globalizzata lo sport? E’ una domanda che spesso mi pongo e che troppo poco fa riflettere gli esperti. Il giornalista si è dovuto a sua volta adeguare, trasformandosi da cronista ad analista, senza alcuna via di scampo nè possibilità di tornare indietro. Abbiamo così perduto quelle penne che con figure immaginifiche consegnavano alla storia le grandi imprese del passato, contornandole di leggenda anche quando erano un qualcosa di ordinario. Abbiamo acquistato una folta schiera di opinionisti, in un mondo dove l’ignoranza è stata sdoganata ed è anzi sacra quando passa sotto il nome di opinione, questo è un danno irreparabile. Possiamo gioire e saziarci di analisi tattiche impensabili senza un computer e una tv,  ma quante volte siamo costretti ad ascoltare il saccente di turno che in sostanza non sa nemmeno di cosa si stia parlando e probabilmente avrebbe fatto molti meno danni se si fosse limitato al racconto minuto per minuto della gara? Poter guardare attraverso uno schermo qualcosa che accade in tempo reale dall’altra parte del mondo e una delle maggiori conquiste dell’umanità, ma la tradizione orale ci ha consegnato Omero. Trovo splendido il fatto che si possa seguire ogni pedalata, ogni canestro, ogni gol, addirittura possiamo vedere le goccioline di sudore degli atleti, scoprire cosa mangiano al cambio di campo, ascoltarne le voci durante l’intervallo, ma ciò che nell’immediato è fantastico rischia alla lunga di distruggere l’empatia che si creava con gli sportivi fino a qualche anno fa, rendendoli sempre più un prodotto televisivo lontano da noi, complice anche l’esasperato professionismo che porta gli atleti a viaggiare con velocità esageratamente diverse rispetto a noi comuni mortali, portandoli vicino all’estremo del corpo umano ma slegandoli completamente con la realtà di tutti i giorni.

Vi è un solo modo per riconciliarsi con tutto questo ed è tornare ad assistere all’evento dal vivo. Ne “I Silenzi di Federer” Andrè Scala fa un bellissimo racconto del percorso sotto gli ippocastani che conduce al Philippe Chatrier, campo principale del Roland Garros. La stessa sensazione può essere provato sotto i Pini di Roma, (quelli magnificamente musicati da Ottorino Respighi nella “Trilogia Romana”) recandosi al Foro Italico per assistere ad un incontro di Tennis, o per raggiungere l’adiacente Stadio Olimpico per una partita di Calcio o di Rugby. Il clima lo cominci a percepire da lontano ed è fatto di suoni, di colori, di profumi. Cominci a scorgere qualche sciarpa colorata, la maglietta del proprio calciatore preferito, senti il brusio dell’eccitazione dei tifosi, potresti palparla con mano, puoi sentir tremare sulla pelle l’esasperazione dell’attesa per quella finale tra i due Dioscuri del tennis, tali Federer e Nadal, puoi sentire la gioia di due tifoserie, due nazioni che si incontrano per brindare prima di una gara del Sei Nazioni di Rugby. Lo sport è per definizione il superare i propri limiti “Citius, Altius, Fortius”, recita il motto olimpico, ma i veri simboli di questa pratica del corpo e della mente, che esiste da quando esiste l’uomo, nata assieme alla caccia e alle prime comunità che la storia ricordi ha come veri simboli i cinque cerchi che uniscono i popoli e la fiamma che arde nei cuori degli sportivi.

Ecco perchè non basta osservare davanti ad uno schermo, ecco perchè le imprese di Laver, Chamberlain, Nicklaus e Nuvolari sono destinate alla leggenda, come quelle di Achille ed Odisseo, perchè Pelè sarà sempre Pelè, qualunque cosa dicano i numeri e le statistiche, perchè Merckx sarà il più forte ma Coppi il più grande. Ecco perchè bisogna continuare a raccontare lo Sport, a scrivere di Sport e a non relegarlo ad una mera macchina economica, lo Sport nasce con l’uomo e lo sportivo ha bisogno del Poeta che ne canti le gesta. Abbiamo bisogno di eroi a cui ispirarci, eroi in cui riconoscerci “Where have you gone, Joe DiMaggio, a nation turns it’s lonely eyes to you” cantavano Simon e Garfunkel cercando in quell’ultimo eroe un monumento a cui aggrapparsi per gli interi Stati Uniti. Chissà quando un altro Lucio Dalla canterà di un nuovo Nuvolari.

Giuseppe Villani – peps17 on twitter.

N.B. Questo articolo ti è piaciuto? Seguici sulla nostra pagina Facebook “It Must Be Sport” per non perdere nemmeno uno dei nostri articoli e rimanere costantemente e gratuitamente aggiornato 24 ore su 24 su tutto quello che succede nel mondo dello sport!

https://www.facebook.com/PiuVelocePiuAltoPiuForte?ref=hl



  •  
  •  
  •  
  •  

About author View all posts Autor website

Giuseppe Villani

Studente di medicina con la passione per qualsiasi competizione. Leggere, scrivere e suonare è tutto quello che so fare. Vodka Martini please, shaken, not stirred.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.