Di Grantland, del Bauhaus e d’altre sciocchezze

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La cacciata di Bill Simmons dalla redazione di Grantland ha rappresentato un momento di svolta nella storia del giornalismo sportivo moderno. Per quanto Espn e la stessa Disney provino a minimizzare si è trattato di un duro colpo per il futuro della miglior redazione – almeno sportiva – del panorama mondiale.

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Bill Simmons, la mente giornalistica più influente d’America

Non si può parlare del futuro di Grantland ed in particolare del suo lascito – visto che ormai la creatura di Simmons non esiste praticamente più – senza compiere un’opera di “Debunking”, senza andare a scavare nella rivoluzione culturale lanciata dalla rivista americana, senza cercare di approfondire un fenomeno che si è proposto di trovare una soluzione allo stallo dello stile giornalistico della nostra era. Nell’epoca del Fast Food, che ha poi avuto i suoi naturali eredi nei Social Network e dunque nel micro-blogging, associato agli Sms ed agli ancora più “Short Message” di Whatsapp, il rischio dell’assuefazione al contenuto immediato, flash ma privo di un accurato approfondimento era piuttosto elevato. Proprio dalla rete, però e dai suoi innumerevoli lati positivi è emerso un personaggio come Bill Simmons ed un’idea di giornalismo totalmente innovativa. Il vecchio cronismo, con i suoi racconti che hanno fatto epoca e reso leggendarie figure come Wilt Chamberlain, Fausto Coppi e Pelè ha dovuto arrendersi all’avanzare del nuovo, da Youtube alle Pay-Tv, dai contenuti on-demand alle librerie di Netflix, con la conseguenza di suddividere la sua funzione in due parti: la prima è quella d’inchiesta, che vede il giornalista a caccia della notizia, in cerca di una ricostruzione oggettiva dei fatti ed in veste quasi di Detective uscito dalla penna di Conan Doyle, la seconda è quella di approfondire un argomento sportivo o un evento che molti hanno visto, ma di cui in pochi sono riusciti, per volontà o capacità, a cogliere i particolari, ad apprezzarne tecnicismi e sfumature che invece meritano ampiamente di essere sottolineate e spiegate, retroscena e meccanismi che saziano la fame dell’appassionato e ne stimolano inevitabilmente la sete, una Fonte Castalia che costringe chi vi si abbevera a volerne sempre di più. Il tutto in aperto contrasto con la moda del momento che bada ad un’alta quantità di contenuti, pochissime righe e profondità di pensiero spesso ancora più scarsa. Ecco la nascita del Long-Form.

Il 19 Luglio 1935, con votazione unanime, viene decretata la chiusura definitiva del Bauhaus. Nato con l’obiettivo di unificare le arti dell’epoca, strizzando l’occhio alla produzione industriale, in una commistione – almeno iniziale – tra le arti pratiche degli artigiani e quelle teoriche degli architetti, ponendo il tutto sotto il nome di Design, il Bauhaus ha segnato, specialmente nel periodo sotto la guida di Gropius, l’idea di Arte nella sua epoca, consegnanoci modelli che sono sfruttati ancora oggi, con minime modifiche. Avete presente Ikea?
Il Bauhaus provò a far fare un salto qualitativo al modello culturale e formativo mitteleuropeo, in una commistione di stili ed ideali sempre volti maggiormente verso un’innovazione funzionale e gradevole che avrebbe aperto la porta al periodo d’oro del Design. Anche collaborazioni particolari ed estemporanee, come quella con Kandinsky – leggere “Lo spirituale nell’arte” per comprendere un filosofo dell’arte troppo spesso sottovalutato – facevano parte del modus operandi della scuola tedesca, all’esposizione del 23 fu chiamato ad esibirsi Ferruccio Busoni, il miglior pianista italiano di tutti i tempi secondo buona parte dei musicologi – oltre alle sue esecuzioni ed indubbie doti da solista, vale la pena ricordare le sue riletture di Bach, dei gioielli dall’inestimabile valore – dimostrando l’unicità dell’arte, pur nelle sue diverse inclinazioni.

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Il manifesto del Bauhaus

Allo stesso modo, Grantland, il Bauhaus della cultura sportiva ha saputo tessere la sua tela, lasciando trama ed ordito non più ai giornalisti di professione, ma ai “Nerd” dello Sport, lasciandoli liberi di intingere il pennello da una tavolozza più ampia, unendo le loro competenze alla cultura Pop, ai loro ricordi di quando erano bambini, partendo magari da un aneddoto particolare ed apparentemente insignificante, da un’acuta sineddoche che riga dopo riga ci svela la sua ragione d’essere, come la messa a fuoco del mattino, quando il mondo appare un’insieme di informi colori e ci vuole qualche secondo per riportarci alla definizione delle cose. Una penna come quella di Wesly Morris diventa così fondamentale, permettendo ad un Pulitzer di scrivere di Sport, ma andando a toccare dei lati di costume e tendenza, chiedendogli di lavorare sopratutto agli articoli di stampo “Pop” o cinematografico, ma permettendogli excursus sportivi di raro acume intelluettale.

Quando Bill Simmons si è seduto davanti ai suoi datori di lavoro, ovvero la Dinsey, ovvero la più grande potenza mediatica di questo mondo, deve averlo fatto con il ghigno del “Dealer” che apre la mano con due donne, rilancio immediato e magari non si ottiene ciò che si spera, ma si ha comunque un’ottima mano per il proseguio del gioco. Così Simmons ha chiesto 5 Milioni di dollari annui, pur sapendo che ESPN ne tirava fuori solamente 6 dal suo giocattolino, ha chiesto alcune condizioni speciali, delle libertà in più ed è stato messo alla porta. Il fatto è che “The Sports Guy” ha compiuto una parabola da sogno negli ultimi 15 anni, è passato dall’essere una curiosità, un personaggio, all’essere il giornalista sportivo più influente d’America, una macchina da milioni di dollari e in grado di spostare la bilancia dei pensieri americani, dettaglio non insignificante a pochi mesi dalla campagna elettorale.

Non parliamo solamente dello scrittore in grado di paragonare la pensione del padre a quella di Tim Duncan, non parliamo solamente di un uomo in grado di tenerti incollato al Pc per leggere un articolo di 10.000 parole, come è riuscito a tenerci incollati ad uno schermo solamente Football Manager, staremmo parlando di un ottimo autore e non di Simmons. La sua influenza deriva anche dalle sue creazioni. Pippo Baudo avrebbe detto:” L’ho inventato io! ” Maurizio Costanzo ne ha lanciati a decine, tanto per farvi un paragone con l’Italia. Forse avrebbero dovuto mandare in onda “Simmons’ got talent” o “Bill Factor” fatto sta che una generazione di giornalisti di livello assoluto gli deve molto. Zach Lowe, tanto per fare un esempio, rischia seriamente di essere ricordato come una leggenda nello spiegare Basket. Senza Grantland non avremmo avuto Lowe, o lo avremmo avuto in un blog di nicchia su Sports Illustrated. Questo prendere talenti senza la dovuta gavetta sul campo, che poi rispecchia perfettamente il pensiero innovativo di Grantland, dove non è l’esperienza di campo ma quella di analisi a contare, ha fatto storcere il naso a più di qualcuno. Per i giornalisti ordinari, molti dei quali dalle indubbie qualità, deve essere stato un colpo non da poco vedere un Lowe qualsiasi passare in brevissimo tempo dall’essere un tipo divano e Pay tv, Fanta NBA e qualche articolo sui blog, al Power Ranking con Jeff Van Gundy.

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A sinistra Jalen Rose, ex giocatore NBA. A destra il padrone di casa Bill Simmons. In mezzo Jeff Van Gundy, grande coach di pallacanestro e attualmente principale commentatore e analista per ESPN. Una chiacchierata nel vostro tipico studio televisivo.

L’uscita di Simmons, però ci porta al punto iniziale: cosa ci resterà di Grantland? Ora che Bill sarà a HBO la Diaspora degli autori di Grantland è iniziata, Morris ha finalente accettato quel posto al New York Times, Goldsberry è in procinto di abbandonare la nave, Lowe sembra destinato a restare e diventare un giornalista di punta di ESPN mentre Jalen Rose seguirà “The Sports Guy” nella casa di Game Of Thrones, dunque cosa ci resterà dell’esperimento giornalistico più bello della nostra epoca insieme all’Huffington Post?
Rimaniamo noi.

Non parlo solamente di It Must Be Sport, che è nato con gli stessi ideali di Grantland pur senza conoscerlo e ne ha sposato presto la causa, parlo di tutti i tentativi di imitazione della rivista americana, da ambo i lati dell’Atlantico, che ha finito con l’innalzare vertiginosamente il livello qualitativo, l’attenzione per l’approfondimento, stimolando il desiderio di fermarsi a gustare un avvenimento, assoporarlo appieno per scoprirne un risvolto celato che necessitava di più attenzione per essere colto. Rimarranno gli autori da seguire singolarmente, il loro modo innovativo di raccontarci i nostri eroi, le lavagne tattiche ed i video esplicativi. Rimarranno gli studi bellissimi in cui venivano – vengono, gli sto facendo il funerale ma in teoria Grantland è ancora un contenitore da 6 milioni di accessi – registrate le interviste, i video ed i Podcast. Ci resterà la rivoluzione del Podcast, che poi in realtà la radio l’avremmo inventata noi, cioè non proprio noi, però è bello sentirsi uniti quando un italiano crea qualcosa di realmente importante.

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Un podcast con protagonisti Bill Simmons e Brian Scalabrine

Ed infine ci resterà la convinzione che, anche se non abbiamo i mezzi economici di ESPN, anche se in Italia c’è molto da fare per stravolgere un mondo descritto perfettamente dalla penna di Tommasi di Lampedusa, un Gattopardo che cambia tutto pur di non cambiare nulla. Internet ha dato voce a chi non avrebbe potuto farlo, ci ha permesso di scrivere saltuariamente, di farlo di notte o sul treno, senza dover rendere conto a nessuno se non a noi stessi ed alla nostra onestà intellettuale. Possiamo parlare di ciò che ci pare, nel numero di battute che ci pare, allegando i foto e i video che riteniamo più funzionali alla nostra causa. E’ la rivoluzione dell’informazione, un percorso travagliato che lentamente la porterà ad un livello superiore.

E’ un vento che ha iniziato a soffiare e non può essere fermato, al massimo gli si può far perdere tempo, avrebbe detto De Andrè. E’ la Forza del Destino, che nelle sue quattro note ripetute in circolo si sta abbattendo con violenza Verdiana su un mondo che sta progredendo, una  perpetua circolarità che caratterizza la storia dell’uomo, corsi e ricorsi storici. Bill Simmons, dalla sala della pallacorda, ha iniziato l’assedio della Bastiglia.

 

Giuseppe Villani

 

 

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Giuseppe Villani

Studente di medicina con la passione per qualsiasi competizione. Leggere, scrivere e suonare è tutto quello che so fare. Vodka Martini please, shaken, not stirred.

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