Buona la prima!

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Ovvero la storia di alcuni debutti NBA, più o meno eccellenti.

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Queste belle facce di bronzo stanotte faranno il loro debutto in NBA.

Ancora una manciata di ore e la prima palla a due della nuova stagione NBA sarà finalmente alzata. Dopo mesi di tremenda astinenza eccoci giunti al tanto agognato giorno. Poiché la curiosità (per gli avvenimenti futuri) rende l’uomo ladro e l’appassionato di basket americano una via di mezzo fra Sherlock Holmes e il Trevor Resnik de “L’uomo senza sonno”, l’argomento trattato in queste righe, agli albori di un nuovo campionato, è di sicuro fra i più caldi del momento. Si parla infatti di rookie.

La classe di quest’anno si preannuncia fra le più ricche di talento diffuso di sempre. Ricordate il clamore suscitato dall’ingresso nella lega di Wiggins e compagni dodici mesi fa? Beh, il draft 2015 rischia seriamente di eclissare, di fronte all’occhio attento della Storia, quello che l’ha immediatamente preceduto. Non vi preoccupate però, non mi metterò qui a fare previsioni o proiezioni dall’alto di un piedistallo fatto di presunzione. Nessuno, e ripeto nessuno, può dire oggi quello che riserverà il futuro a questi ragazzi. Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che, quando si ha a che fare con l’ispettore Barnaby o con gli esordienti NBA, non tutto è chiaro fin dal principio. Per questo, visto che si parla di debuttanti, ho deciso semplicemente di passare in rassegna alcune delle partite d’esordio più rilevanti di sempre. Chiamiamoli episodi pilota, anche se, a differenza delle serie televisive di cui sopra, il gradimento del pubblico alla prima non determina necessariamente il successo delle seguenti, anzi.

Il ritorno dei grandi Settepiedi (e dintorni) nella lega dello Small Ball appare ormai incombente scorrendo la lista degli scelti lo scorso 25 giugno al Barclays Center: Towns, Okafor, Cauley-Stein, Turner sono solo alcune delle nuove giovani promesse. Così non può che aprire la nostra carrellata un’ammirevole Ammiraglio che quella vette le toccava coi centimetri ma anche con l’enorme dignità di uomo. David Robinson infatti si rese protagonista di un debutto da 23 punti e 17 rimbalzi nella vittoria dei suoi Spurs sui Los Angeles Lakers, orfani di Kareem ma saldamente nelle mani di un certo Earvin Johnson Jr. Proprio Magic alla fine dirà sconsolato: «Alcuni rookie non sono mai veramente rookie.» E aveva ragione da vendere visto che la prima scelta del draft 1987 giocò la sua prima partita nella lega solo il 4 novembre 1989.

Laureatosi in matematica alla U.S. Naval Academy, Robinson, prima di abbracciare la carriera di giocatore professionista, decise di onorare l’impegno preso con la patria finendo per servire due anni nella Marina Militare. Come dicono al di là dell’Oceano: good things come to those who wait.

Abbiamo tirato in ballo i Lakers e il suo play più forte di sempre. La squadra losangelina ha di nuovo un ragazzo di talento a cui affidare la palla e, sperano i tifosi, le speranze future: D’Angelo Russell. Dimenticavo… lungi da me fare paragoni in questa rassegna. Anche perché in questo caso il paragone sarebbe a dir poco ingombrante. L’inimitabile Magic, fin dal primo giorno mostrò al mondo intero quei brani non convenzionali di pallacanestro che nel decennio successivo avrebbero costituito le fondamenta dell’era dello Showtime. Nella notte di San Diego del 12 ottobre 1979, finì pure per superare le smisurate attese di prima scelta assoluta a suon di recuperi, contropiedi, assist ma soprattutto 26 punti. Mise subito sul piatto anche tutto l’entusiasmo e la gioia contagiosa che ne hanno poi accompagnato l’intera carriera quando, dopo il gancio cielo della vittoria sulla sirena di Abdul-Jabbar, gli saltò addosso in un abbraccio prolungato e decisamente sentito ma forse un tantino esagerato. Le parole del più esperto compagno in spogliatoio: «Sai cosa Earvin? Non lo fare più. Ci sono altre 81 partite da giocare.»

                                                                Il vostro normale debutto

 

Di leggenda in leggenda arriviamo all’esordio NBA di uno che al college faceva semplicemente ciò che voleva. A Louisiana State “Pistol Pete” Maravich in tre anni di permanenza segnò 44,2 punti di media. Due o tre All-America dovrebbero esserci anche fra i nuovi rookie. Per lasciar stare i soliti noti, andiamo con Frank Kaminsky: così a nessuno può venir la voglia di azzardare un’analogia con l’altro, anche perché come l’altro.. nessuno mai. Il pomeriggio del 17 ottobre del 1970, contrariamente a quanto si potrebbe sommariamente credere, non era per la presenza combinata di Lew Alcindor e Oscar Robertson nelle file dei Bucks che la ABC’s Wide World of Sports aveva pagato 75.000 $ per trasmettere la partita. Per non perdersi lo spettacolo, si era provveduto persino a dotare l’Alexander Memorial Coliseum di un’illuminazione extra. L’America intera si aspettava di assistere all’ennesima, la prima fra i pro, esibizione dell’imprevedibile Press Boy. Invece, come disse lo stesso Pete, all’inizio del secondo quarto con la maglia numero 44 degli Hawks quel giorno fece il suo ingresso nella NBA solo il fantasma del grande Pistol. Chiuse con 7 punti e il passaggio sconsiderato ad attraversare il campo che finì docilmente nelle mani di Dandridge e dette il là alla fuga degli avversari.
Per fortuna quella prima partita non rappresentò esattamente il picco della carriera di Maravich.

        Dopo il suo debutto in pochi pensavano che “Pistol” Pete sarebbe diventato questo

 

Esistono invece esempi di giocatori che si sono presentati al grande pubblico con una prestazione monstre, che poi difficilmente sono stati in grado di replicare. Willie Anderson per esempio, decima scelta degli Spurs al draft del 1988, fece il suo debutto rifilando 30 punti, 6 assist e 5 rimbalzi ai Lakers di Magic, Whorty e Jabbar in una magica notte di novembre. Seppure abbia avuto una carriera solida, non si è mai più espresso su certi livelli. Col senno di poi avrebbe dovuto farlo, visto che fonti vicine a Anderson ci raccontano di come abbia già prosciugato tutto il gruzzoletto messo da parte da giocatore per il mantenimento dei figli. Per le statistiche ne ha almeno 9, e da 7 madri differenti.

Per proseguire la rubrica “troppo buona la prima”, alzi la mano chi ha rivisto uno come Michael Carter-Williams sui livelli della prima volta. D’accordo, quell’anno fu rookie of the year, ma i 12 assist, 7 rimbalzi, 9 recuperi (il massimo per un esordiente) e 22 punti, compresi i due del 114-110 Phila a 8 secondi dal termine che consegnarono ai suoi la vittoria sui campioni in carica dei Miami Heat, se non possono essere considerati la Gioconda della sua collezione personale, di certo non vanno oltre la Dama con l’ermellino.

           Esordire così, al cospetto di King James e dei campioni in carica, non è da tutti

 

Se non fosse che solo due settimane dopo mise a referto la bellezza di 55 punti, si potrebbe dire quasi la stessa cosa di un altro esterno ancora in attività capace di improvvise esplosioni di canestri: quel Brandon Jennings che preferì Roma ai Wildcats di Arizona come tirocinio abilitante per la NBA. Vi dicono niente Emmanuel Mudiay e Guangdong, Cina? Ebbene Jennings, di ritorno dalla Città Eterna, il 30 ottobre del 2009 a Philadelphia, bagnò il suo battesimo ufficiale con una tripla-doppia solo sfiorata: 17+9+9.

Chi, ovviamente, ha cominciato con una tripla-doppia e non ha più smesso è Oscar Robertson. Il 19 ottobre 1960 Big O aiutò i suoi Cincinnati Royals ad avere la meglio sui Lakers, grazie a quella che sarebbe diventata una piacevole abitudine: 21 punti, 10 assist e 12 rimbalzi. Qui però si entra in un altro club esclusivo: quello dei 20+10 assist all’esordio. Ne fanno parte Damian Lillard e Isiah Thomas, entrambi point guard. Avete sentito bene Russell, Mudiay, Jerian Grant e Joe Young? Quello che oggi è il padrone indiscusso di Portland non impiegò molto per far sapere a tutti che poteva fare canestro. Probabilmente il livello competitivo testato a Weber State non era il massimo ma, proprio perché Lillard era nettamente il migliore della squadra, poteva dire di aver già assaggiato il trattamento speciale che una difesa è solita riservare alla principale minaccia avversaria. Nella notte di Halloween del 2012, la prima in NBA, con 23 punti e 11 assist tirò fuori i primi scheletri dall’armadio dei Los Angeles Lakers, lucidati a nuovo con l’aggiunta di Nash e Howard alla coppia Bryant-Gasol, che di scheletri, fantasmi, alieni e mostri colorati vari ne avrebbero visti in abbondanza per tutta la stagione.

Tra i debutti dei rookie degli ultimi anni, quello di Lillard è stato l’identikit più fedele di quello che sarebbe poi diventato. Un campione.

 

A proposito… mi sembra che contro questi Lakers tendano ad esaltarsi in diversi. Ultimo ma non certo per importanza, Isiah Lord Thomas III. L’atterraggio di Zeke, com’era soprannominato, sul disastrato (37 vittorie negli ultimi due anni) pianeta Pistons nel 1981 rese immediatamente chiaro a tutti che era finalmente giunto il salvatore. Debutto da 31 punti e 11 assist e vittoria sui Bucks. Quell’anno fece anche la prima di dodici apparizioni consecutive all’All-Star Game.
Di trentellisti come Thomas al primo tentativo non è avara la Storia del Gioco. Mi piace ricordarne soprattutto due, che si stagliano con forza dallo sfondo indefinito costituito del resto delle umane genti NBA per la grandezza del loro cuore e, allo stesso tempo, la tremenda difficoltà nel trasmetterlo all’esterno. Allen Iverson ha sempre avuto moltissimi detrattori. È troppo piccolo, è egoista, frequenta cattive persone. Ha sempre dovuto combattere. E dove non c’erano nemici palesi, se li doveva comunque costruire. Il suo soprannome, The Answer, la dice lunga sul fatto che A.I. abbia sempre dovuto rendere conto a qualcuno di qualcosa. Appena entrato nella lega, il primo giorno di novembre del 1996, rispose con 30 punti e 6 assist ai Milwaukee Bucks ma idealmente a tutti coloro che avevano dubitato, pensando che la statura e il caratteraccio non gli avrebbero permesso di avere un reale impatto nella NBA. La poderosa schiacciata in transizione a una mano che fece saltare dalla sedia gli spettatori del CoreStates Center mise il punto esclamativo alla sua inconfutabile risposta.

                                                   A 1:48 la schiacciata di cui sopra

 

L’altro “monello” trentellista, balzato recentemente alle cronache per fatti poco edificanti, è Lamar Odom, titolare per l’appunto di 30 punti all’esordio fra i pro con la maglia dei Clippers, conditi da 12 rimbalzi, 3 assist, 2 stoppate e 2 palle recuperate. Paragonato da molti a Magic Johnson per l’assurda possibilità di abbinare quei centimetri a cotanto trattamento di palla, rappresenta uno dei talenti più cristallini mai usciti dalla scena di New York. Tuttavia la sua fonte d’ispirazione, come ebbe modo di dire lo stesso Lamar, aveva un altro nome, cognome e singolare soprannome: «La gente è solita chiamarmi Little Lloyd.» Il riferimento è al mitico Swee’ Pea Lloyd Daniels, un altro a cui troppo presto era stata affibbiata l’etichetta di Next Magic, questa volta però con una lieve ma non accessoria aggiunta, in tutto simile a una zavorra: “con il jumpshot di Larry Bird”.

Fra i novizi venuti dall’Europa – e qui ogni riferimento all’intrigante progetto Kristaps Porzingis non è puramente casuale – sareste sorpresi di sapere che uno dei più scintillanti esordi non appartiene a Nowitzki, non a Petrovic, neppure si parla di Sabonis o di Kukoc, bensì del croato Gordan Giricek. Scelto da Dallas con la 40 nel 1999, ha fatto il suo debutto, ormai venticinquenne, vestendo la canotta dei Grizzlies, proprio contro i Mavericks il 30 ottobre del 2002. In quell’occasione segnò 29 punti uscendo dalla panchina. Sempre per le statistiche, in 6 anni di carriera non esattamente esaltante, è andato sopra i 30 solamente due volte.

Per tanti esempi sorprendenti o comunque semplicemente positivi, ci sono altrettante circostanze in cui le cose non sono andate esattamente come speravano i protagonisti. Le parabole tutt’altro che entusiasmanti di giocatori su cui erano state riposte enormi aspettative come Kwame Brown o Shawn Bradley sono sotto gli occhi di tutti. E in certi casi anche i primi indizi non si può dire che furono forieri di future soddisfazioni: 2 punti al debutto per il primo e 2-12 al tiro dall’alto dei 2 metri e 29 del secondo. Nella loro insensata drammaticità possono capitare (anzi, sono capitati eccome!) anche esordi sfortunati, macchiati da infortunio come quelli di Jules Randle, settima scelta assoluta che dopo soli 14 minuti ha visto finire la sua stagione dietro a una tibia fratturata, o di Greg Oden, la prima scelta dei Blazers o forse è meglio dire la prima scelta prima di Durant che con 0 punti e 13 minuti all’attivo abbandonò il parquet dello Staples Center per un infortunio al piede destro dopo un anno di inattività forzata.

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Quando pensate di essere sfortunati, ricordatevi che c’è sempre chi può di esserlo più di voi. Greg Oden è uno di questi.

Seppure in mezzo a tante nomination, il primato di destino maggiormente incompiuto di tutti i tempi, o semplicemente abbaglio, se preferite, spetta forse a LaRue Martin detto anche LaRue Chi? Primissima scelta di Portland nel draft del 1972, preferito a Bob McAdoo solo perché il GM della franchigia dell’Oregon Harry Glickman e il Chief Scout Stu Inman avevano avuto la balzana idea di presenziare alle due notti consecutive in cui il centro di Loyola dominò Jim Chones e Bill Walton, Martin segnò 2 punti all’esordio contro Seattle del 13 ottobre 1972. Avrebbe poi concluso la carriera con 271 partite all’attivo. Nel tempo che impiega la torcia olimpica a raggiungere la successiva destinazione, il nostro era fuori dalla NBA.
Chissà se nelle notti di questo fine ottobre saranno aggiunte altre perle a questa collana di aneddoti sui debutti di giocatori NBA? Come detto, di talento ce n’è in abbondanza anche se non sempre il buongiorno si vede dal mattino.

 

Tommaso Mandriani

 

NBA Preview 2015-16

 

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