“C’era una volta” il coloured basket: Don Haskins e il quintetto nero

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Miners

Il Texas Western College è campione nazionale; in alto a destra Don Haskins

Il basket è uno sport da neri, c’è poco da fare. Dalla NBA fino ai più sperduti campetti di periferia, se volete vincere dovete affidarvi a loro. La potenza fisica, la spregiudicatezza, sovente la povertà che li spinge a desiderare di più: un motivo vale l’altro, il risultato è sempre lo stesso. Oggi nei palazzetti americani si canta “chi non salta bianco è”, nel 1966 Martin Luther King e il Black Power provavano a sovvertire lo status quo americano.

 

Il Texas è uno degli stati più razzisti d’America, repubblicano fin nel midollo, con pena di morte autorizzata e matrimoni gay vietati. Negli anni’60 il basket era roba da bianchi, più intelligenti e quindi capaci di giocare in maniera fluida, rispettando gli schemi; i neri erano solo casinisti, nulla più. All’epoca, gli allenatori seguivano un diktat ufficioso che consigliava di far giocare “un nero in casa, due fuori, tre se la partita è ormai compromessa”.

Nel 1961 il Texas Western College ha bisogno di un allenatore per i suoi Miners, la squadra della scuola. La scelta ricade su Donald Lee Haskins, detto Don, ex giocatore degli Oklahoma A&M ed ora coach di una squadra liceale femminile di pallacanestro. Accolta la richiesta di aiuto dei Miners, Haskins inizia a lavorare su una squadra troppo debole per poter competere con le grandi del circuito. Il Texas Western è difatti un college di nicchia, scartato dalla maggior parte dei bianchi che preferiscono nomi più blasonati come Kansas, Cincinnati e Los Angeles. Don Haskins ha solo tre neri in squadra e un esiguo numero di bianchi all’altezza dell’NCAA. Decide allora di rivestire i panni dello scout e gira gli USA alla ricerca di giocatori di caratura superiore, in grado di dare un apporto decisivo alla squadra. Dopo tanto girovagare, la squadra è fatta: 7 neri  e 5 bianchi.

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Un’istantanea della finale tra Kentucky e Texas

La stagione inizia sotto i peggiori auspici, lanciati dai detrattori che non credono nell’uguaglianza sociale, nella possibilità che bianchi e neri vadano d’accordo, nel basket giocato con troppo atletismo e poco fosforo. Nonostante le malelingue, i Miners conducono una Regular Season pressoché perfetta, inanellando 23 vittorie ed una sola sconfitta all’ultima giornata.

 

In vista delle finali Don Haskins intensifica ulteriormente gli allenamenti e si merita appieno il soprannome “The Bear”, l’orso. Dopo una tranquilla passerella nelle eliminatorie, si approda alla Final Four. La semifinale corre via facile contro gli Utah Utes, adesso ci sono i Kentucky Wildcats di coach Adolph Rupp: i Wildcats sono la squadra più temuta e rispettata d’America, guidata da uno spietato e preparatissimo tecnico che non lascia mai nulla al caso. Sarà una sfida a 360° viste le antitetiche convinzioni razziste di Rupp rispetto a quelle di Haskins.

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Don Haskins può festeggiare: Texas è campione

Il 19 marzo del 1966 è stata scritta la storia dei Texas Western e di tutto il basket per come lo conosciamo oggi. Don Haskins schiera un quintetto base di soli neri, consapevole del fatto che essi rappresentano il meglio del suo team. La partita, a differenza di come prevedeva allegramente Rupp, viene giocata dai Miners con una perizia tattica degna di nota, annullando il “Run and Gun” dei Wildcats. Sull’ultima sirena il verdetto è ormai certo: 72-65 e titolo all’ibrida squadra di Haskins.

I festeggiamenti non furono molti, la stampa non ne fece un caso nazionale e i giocatori stessi dimenticarono in fretta. La discriminazione razziale continuava, dal college protagonista di questa favola alle strade di ogni singolo stato americano. La vittoria dei Miners, la convinzione di Don Haskins, la meravigliosa storia del 1966 vennero dimenticati in fretta. Ciò che rimase e che è vivo tutt’ora, è la consapevolezza che i neri dominano questo sport, che le banalità evoluzioniste contano meno di zero, che lo sport va ogni apparente divisione sociale.

 

Andrea Zezza

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Fantallenatore incallito, tifo solamente per gli undici beniamini che mando in campo ogni domenica. Amo qualsiasi cosa rotoli in terra, ma non disdegno la ginnastica artistica. "Amarcord" è uno stile di vita.

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