Pippo e l’irrisolto teorema del successo

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Un modello è una rappresentazione semplificata che ci aiuta a comprendere meglio la realtà. Proviamo ad applicarne uno al Milan di Pippo Inzaghi per capire il momento della squadra.

Dopo svariati anni a seguire il calcio ne ho cavato fuori quello che ritengo essere la formula del successo sportivo:

Y= [(Q+C)A+S)/I)+T]c

 

dove Y è, per l’appunto, un obiettivo sportivo, Q e C sono rispettivamente Qualità e Carattere della squadra, A è l’abilità dell’allenatore, S la capacità della società, I gli infortuni , T la spinta dei tifosi e c, l’esponente cui elevare tutto, ce lo dice Mourinho cos’è:

 

Ci tengo a precisare due cose: la prima è che la formula probabilmente non segue alcuna logica strettamente matematica, per cui non se ne abbiano a male gli amici di facoltà scientifiche. La seconda è che il corso degli anni ha dimostrato che C ha un valore che varia tra meno infinito e più infinito.

Ma applicando il ragionamento alla situazione del Milan, possiamo renderci conto di quanto la crisi rossonera sia più complessa di un semplice scaricabarile su  Pippo Inzaghi. E possiamo capirlo analizzando ciascuna delle sopracitate voci.

  • Qualità e carattere della squadra: Introduciamo qui una legge sacra del calcio: il nome della squadra non ne fa il valore. Già, perché questo Milan ha un problema tecnico evidente. Il fatto di giocare con una punta unica, che sia Pazzini o Destro, fa sì che ci sia bisogno di palloni tesi e tagliati che arrivino dalle fasce, proprio là dove, sia Abate che Antonelli, non forniscono cross adeguati. Il centrocampo non è minimamente all’altezza dei primi tre posti, pochissima tecnica e grande lentezza sia nello sviluppo della manovra offensiva che nella fase difensiva. In trequarti Menez e Bonaventura, gli unici dotati di fantasia, provano ad inventare ma sempre e comunque a intermittenza. La difesa, poi, fa acqua da tutte le parti, con Mexes e Paletta che, contro squadre che danno pochi riferimenti, vanno completamente nel pallone. Troppo spesso infine la squadra non è stata in grado di imporre gioco e, una volta in svantaggio, quasi mai ha avuto la forza di ribaltare il risultato. E pure quando si è trovata in vantaggio non è stata in grado di gestirlo, come accaduto nell’ultima uscita di Firenze.

 

  • Abilità dell’allenatore: L’allenatore è in grado di amplificare o contrarre a dismisura il rendimento di una squadra. Questo dipende dalla capacità di gestire un gruppo e dalla qualità delle proprie idee. Inzaghi, all’inizio della sua avventura rossonera, per una evidente questione di tempo non aveva esperienza né dell’una né dell’altra. Ma davvero Berlusconi e Galliani credevano di dare la squadra in mano a un Mourinho? Affidarsi a Inzaghi significava mettere in conto che l’allenatore avrebbe avuto bisogno di imparare la professione sul campo e abituarsi a questo palcoscenico, senza pressioni. Se questa volontà non c’era da principio, sarebbe stato meglio tenere Seedorf o puntare su qualcuno veramente d’esperienza, piuttosto che bruciare un prospetto interessante. Per giunta le idee iniziali di Inzaghi erano anche interessanti, un gioco basato sull’interscambiabilità e gli inserimenti dei trequartisti che alla prima giornata aveva messo in estrema difficoltà la tanto acclamata Lazio di Stefano Pioli. Poi è chiaro che, da un lato le pressioni dell’ambiente societario, dall’altro i risultati che non arrivavano, hanno spinto il tecnico a cambiare moduli e giocatori praticamente ogni settimana. Alla spregiudicatezza delle prime giornate si è sostituita la paura della sconfitta e la squadra è passata da un 4-2-3-1 offensivo a un 4-3-1-2 tutto proiettato all’indietro.

 

  • Un progetto societario fallimentare: La società rossonera voleva costruire una squadra giovane, italiana e forte. Obiettivo riuscito per quanto riguarda i primi due parametri, un po’ meno per il terzo. Sono si arrivati Bonaventura, Antonelli, Cerci e Destro, ma questi non sono giocatori che fanno fare quel salto di qualità che serve a una squadra che deve puntare al terzo posto. Per di più calati in un contesto così poco valorizzante da risultare solo parenti lontani dei giocatori che avevamo ammirato in passato. Il problema alla base della costruzione della squadra è quello del cosiddetto (da me) teorema di Galliani 1:

 

In tempo di guerra ogni parametro 0 è trincea

 

Peccato per lui che però i parametri 0 godano della proprietà commutativa: cambiando l’ordine dei parametri 0 il risultato non cambia. Pertanto Essien- De Jong o De Jong- Essien sempre di centrocampo di legno si tratta.

 

  • Tifosi: 5 le domande pubblicate in un comunicato della curva Sud: Prima: “Perché per anni ci avete buttato fumo negli occhi promettendo un pronto ritorno ai fasti del passato, salvo poi nei fatti iniziare tanti progetti poi abbandonati nel giro di qualche mese? Ci piacerebbe davvero capirlo al fine di evitare di sentirci presi in giro per l’ennesima volta”. Seconda: “Quanto c’è di vero nelle voci di una cessione, parziale o totale delle quote societarie? Se l’intenzione è vendere la società in maniera parziale per poi restare in questa situazione di stallo allora vale la pena cedere la totalità della società e lasciare che qualcun altro prenda in mano la situazione”. Terza: “Quanta voglia ha ancora di riportarci sul tetto del mondo? Noi siamo ancora grati per quanto fatto in questi 29 anni, ma ormai abbiamo toccato il fondo”. La quarta è un attacco diretto a Silvio Berlusconi: “Vuole portare avanti la storia della sua famiglia, legandola ancora al Milan? Noi appoggeremmo – si legge ancora nella nota – sicuramente questa scelta, ma se si trattasse di una scelta portata avanti con criterio, lasciando la società in mano a sua figlia senza l’impedimento di terze persone che ormai hanno fatto il loro tempo (ed i propri interessi), ma soprattutto con un portafoglio da dedicare al Milan e alla ricostruzione del Milan”. Quinta: “E’ sicuro di amare ancora questa squadra come il primo giorno?”

Un attacco frontale alla società dunque, Inzaghi e la situazione in cui lavora sarebbero conseguenze di scelte sbagliate ai piani alti. Nonostante ciò la storia tra Milan e Inzaghi sembrerebbe giunta al capolinea. La volontà è di arrivare fino a fine stagione per poi cambiare (si parla di Sarri e Mihajlovic), ma la realtà è che una sconfitta pesante in casa contro il Cagliari potrebbe essere decisiva. Ciò di cui sono certo è che Inzaghi sia un’allenatore molto capace e che mandarlo via non risolverebbe i problemi della squadra e della società. Capitali freschi da investire, valorizzazione del settore giovanile, pazienza, questo si che porterebbe a risultati nel medio e lungo periodo. Ma la passata capacità di fare progetti a lunga scadenza sembra essere scomparsa in quel di Milanello. Sembra ci si affidi ormai al solo fattore C a Mourinho tanto caro.

 

Alessandro Giovannini



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