Parola al campo

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Tutti gli equivoci tecnici e tattici, le situazioni e gli errori che hanno reso la Roma la squadra più altalenante ed indecifrabile della Serie A.
Il pesce puzza sempre dalla testa e delle questioni extra campo che hanno portato la Roma ad essere una squadra allo sbando ne abbiamo parlato subito dopo la sconfitta in Coppa Italia.
Ma dato che in campo scendono undici calciatori e che nei 90′ la responsabilità di quello che accade è dell’allenatore, vediamo quali sono i punti deboli della Roma che, nonostante tutto, è agli ottavi di Champion’s e ancora corsa scudetto se ne facciamo una questione di punti di distacco in relazione al numero di giornate dal termine.

L’organizzazione difensiva è il primo dei rebus. O forse dei problemi.
Ci sta molto da dire.
In primis, la Roma non sa impostare dal basso. Soffre terribilmente il pressing avversario e non riesce mai ad uscire con un pallone pulito quando a gestirlo sono i centrali ed i terzini. Mancano i movimenti di squadra, manca uno sbocco sicuro ogni volta che uno dei 4 difensori è in possesso di palla dinanzi la propria area e perciò il più delle volte l’unica soluzione è l’appoggio al portiere per il lancio lungo.
Szczesny è dotato di ottimi piedi ed ha messo una toppa in un fondamentale dove Morgan De Sanctis è invece assai carente (tutti ricorderanno il comico rinvio su Simone Zaza che si trasformò in gol per il Sassuolo) ma è chiaro che non si può impostare un calcio di possesso senza basarlo sulla fluidità dal basso. Certo, i piedi di Manolas e Rudiger, tutt’altro che raffinati, aiutano ben poco ma anche in Serie A si sono viste ottime circolazioni di palla orchestrate da calciatori non proprio di primo piano. I terzini aspettano il pallone a ridosso del centrocampo e la discesa a turno di uno tra Pjanic e De Rossi non aiuta granché, se poi tutte le linee di passaggio verso i compagni (troppo) avanzati risultano chiuse. Facile quindi andare in confusione e regalare palloni velenosi sulla propria trequarti, come accaduto a Leverkusen nell’occasione del raddoppio di Hernandez oppure nella gara interna con l’Atalanta, mettendo a nudo un’altra grande carenza del reparto: il coordinamento della linea difensiva.

In situazioni di palla scoperta ognuno fa quello che vuole. Chi scappa verso la porta, chi chiama il fuorigioco, il risultato è che tante volte, nell’ultimo anno e mezzo, la Roma ha lasciato un attaccante avversario a tu per tu col portiere (ed al Camp Nou il Barcellona ha passeggiato sulle macerie).
Manolas è un difensore straordinario nell’1vs1, ha una progressione impressionante in campo aperto e sa farsi rispettare alla grande, ma ha assoluta necessità di un compagno di reparto più posizionale, d’ordine, capace di gestire la linea difensiva e magari bravo coi piedi. Come Leandro Castàn. Che, però, è da un anno e mezzo ai box nonostante sia ufficialmente “recuperato”. Rudiger e Yanga Mbiwa più che compagni sarebbero sostituti naturali del greco mentre Davide Astori, che sarebbe stato più adatto, ha vissuto una stagione di black-out all’ombra del Colosseo (ma a giudicare dal numero di gol subiti allo stesso punto della stagione, forse, così male non ha fatto).
Il problema principale non sono le individualità, non facili da migliorare a meno di grandi investimenti, in un reparto che probabilmente necessita di un paio di alternative di qualità.

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Se però la Roma appare confusionaria ed approssimativa nella propria metà campo, quando riesce a portare il pallone nella trequarti avversaria è lenta ed abulica.
Da quando è iniziata la crisi di gioco e risultati, ovvero da Gennaio 2015, sono state pochissime le occasioni in cui la produzione offensiva dei giallorossi è stata soddisfacente. Dai tridenti “leggeri” dello scorso anno, che si incartavano in mille passaggi a ridosso dell’area che si risolvevano in appoggi ai centrali di difesa in un loop infinito, alla verticalità del duo Gervinho-Salah coadiuvata dalla tecnica e dalla presenza fisica di Dzeko, l’uomo ideale per liberare spazi ai due velocissimi africani. In più si è aggiunto Iago Falque, esterno capace di timbrare il cartellino ben 13 volte nel precedente campionato e, diversamente dai suoi compagni di reparto, dotato anche di un buon cross per la testa dell’attaccante bosniaco. Attaccante part-time, perché sinora il gigante Edin le cose migliori le ha fatte vedere a 20 e più metri dalla porta avversaria grazie all’enorme lavoro al servizio della squadra, alle punizioni guadagnate sulle quali Pjanic sta ancora costruendo le sue fortune stagionali, ai palloni sporchi addomesticati. Tutte piccole stellette al petto, ma non è questo il motivo per cui Edin Dzeko è sbarcato a Roma. La Roma aveva bisogno di un bomber e lo score dell’ex-Manchester recita 5 reti in 20 presenze. Poche, troppo poche, considerando anche che di occasioni facili ne ha avute molte e spesso ha peccato di sufficienza quando avrebbe dovuto demolire la rete.

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Fa anche riflettere il trend avuto dai suoi compagni nel periodo in cui Dzeko è stato infortunato: senza la sua boa là davanti, la Roma è andata avanti a colpi di 4 gol segnati a partita. Forse un caso, forse no, ma probabilmente indice del fatto che questa squadra si trova più a suo agio giocando un calcio speculativo piuttosto che uno creativo, nel più classico catenaccio e contropiede.
Per fare un gioco di possesso palla è necessaria non solo qualità negli interpreti, e la Roma ne ha, ma soprattutto l’intensità mentale e fisica che sta alla base di movimenti continui e ragionati. Calciatori che dovrebbero puntare la porta sono costretti ad aspettare il passaggio sui piedi a causa di un giropalla lento e prevedibile, che permette alle squadre avversarie di difendersi in 30 metri e “sterilizzare” le bocche di fuoco giallorosse.
Uno come Seydou Keita, senatore del Barcellona e uomo fidato di Pep Guardiola, finisce per guardarsi intorno con la palla tra i piedi senza che se ne possa liberare.
Francesco Totti non può inventare calcio perché una squadra che sale così lentamente permette agli avversari di accorciare i reparti, intasando quella terra di nessuno tra difesa e centrocampo dove il capitano giallorosso ama accorciare per lanciare in velocità i compagni con i suoi tocchi di prima.
Non è un caso se nella scorsa stagione fece un gran bene (fino ad un certo punto) Adem Ljajic, uno che ama ricevere palla sui piedi per creare la superiorità numerica con il dribbling e poi scaricare in porta se se ne presenta l’occasione.

Infine il pressing, questo sconosciuto.
Quando sono gli avversari a giocare palla dalla loro difesa, non esiste un pressing organizzato, scalato. L’unico disturbo verso i portatori di palla avversari è frutto di iniziative personali, generalmente di Nainggolan, del tutto inutili se non accompagnate dai reparti e destinate solamente a spompare il malcapitato di turno. Arrigo Sacchi, il maestro di questa particolare disciplina tattica, ha da sempre individuato nell’assenza di un recupero rapido della palla il vero tallone d’Achille di questa squadra (e più in generale del calcio italiano).
Effettivamente è disarmante vedere calciatori navigati e titolati come Keita e Maicon incitare i compagni a stare più alti quando tutti preferiscono rintanarsi nella propria area per riconquistare il pallone con la densità e non con l’organizzazione.
Spesso il primo portatore di pressione è una delle mezzali quando dovrebbero essere i 3 attaccanti a portare il primo attacco, coadiuvati dalle mezzali e dai terzini. Nulla.

Il 2016 è cominciato con un pareggio per 3-3 sul campo del Chievo, anche se le attenuanti dovute alle assenze sono molte. Ma una squadra che ha da due anni e mezzo la stessa guida tecnica dovrebbe mettere in campo la stessa determinazione e le stesse idee indipendentemente dagli interpreti.
I primi due gol sono nati da contropiede, coadiuvati da errori marchiani della retroguardia scaligera. Il terzo invece è al sessanta percento merito di una percussione piuttosto casuale di Vainqueur, nota positiva degli ultimi tempi, che ha trovato Iago Falque colpevolmente libero al limite dell’area.

Lo stesso 2016 è proseguito col pareggio casalingo contro il Milan, che ha sancito l’addio di Rudi Garcia.
Improvvisazione e confusione, in attacco come in difesa, portano prevalentemente risultati negativi.
E con i risultati negativi il contraccolpo psicologico provoca disattenzioni ed errori individuali che determinano un’ennesima stagione da nulla di fatto. Come questa si sta, nuovamente, profilando.
Non basterà il mercato, probabilmente non basterà, nel breve periodo, nemmeno il ritorno di Luciano Spalletti. Gli ingredienti per fare un buon piatto c’erano già. E’ mancato uno Chef, ma anche una cucina attrezzata per permettere allo Chef di compiere il suo lavoro.
Adesso bisognerà riprendere tutti gli ingredienti, selezionare solo quelli utili alla causa, rimescolarli per l’ennesima volta, costruendo finalmente il mix perfetto.

 

Giuliano Nassisi

 

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Giuliano Nassisi

Nasco calciofilo ma la mia condizione di più piccolo della classe mi relega al ruolo di portiere sin dall'età di 5 anni. Un trauma cranico e diversi gol subiti sotto le gambe mi inducono ad abbandonare la carriera agonistica per dedicarmi alla visione di talenti nei 4 angoli del globo.
Amo anche il motorsport purché abbia 4 ruote, il basket e gli sport acquatici ed invernali. Ma a dosi più ridotte.

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