Tutto secondo copione

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La Roma di Rudi Garcia viene eliminata dallo Spezia nel primo turno di Coppa Italia al culmine di un anno solare assolutamente indecoroso in relazione alle aspettative ed agli investimenti. La partita più vergognosa dei giallorossi deve essere lo spartiacque della stagione e l’occasione per chiudere la parentesi del tecnico francese e di chi non ha voluto prendere atto di un fallimento annunciato a Maggio scorso.

I romanisti di lunga data hanno nella loro memoria tante “romette”, squadre povere tecnicamente ed economicamente che vivevano stagioni mediocri, a metà classifica, lontane da qualsiasi obiettivo. La Roma degli anni ’70, la Roma di Gigi Radice e Carletto Mazzone. La Roma dei cinque allenatori.
Se c’era un filo conduttore tra queste squadre, però, era la dignità e l’orgoglio. Consapevoli dei propri limiti, i calciatori ed i tecnici remavano nella stessa direzione regalando anche soddisfazioni  inaspettate ad un pubblico orgoglioso e sempre presente.

Tutto l’opposto di quello che si è visto a Trigoria negli ultimi 12 mesi, salvo qualche sprazzo.
Calciatori boriosi e sufficienti condotti da un allenatore sicuramente più superbo che dotato e delegittimato in estate da una dirigenza ancor più orgogliosa.
Un mix letale che ha avuto diversi exploit quali le disfatte con Bayern e Barça, ma è stata caratterizzata da una povertà di idee in campo e di polso fuori.

Pjanic sfumato come le sue prestazioni nei momenti di difficoltà

21 Ottobre 2014, la squadra di Pep Guardiola si presenta all’Olimpico ed a fine primo tempo sarà già 0-5. Il finale, invece, 1-7. La Roma in campionato sembra non risentire troppo della batosta ed alla sosta di Natale è ad un’incollatura dalla Juventus capolista. Diverso il discorso in Champions, dove le ultime tre partite renderanno vane il buon inizio e la Roma retrocederà in Europa League.
Il problema però non sembrava risiedere nei risultati, comunque positivi nel percorso di crescita collettivo della squadra, quanto nelle prestazioni. La Roma del primo anno di Rudi Garcia era una squadra di carattere, che si imponeva in maniera perentoria aldilà del possesso palla o della gradevolezza del gioco. Era una squadra che quando incontrava un avversario di livello inferiore entrava in campo con la consapevolezza di esser più forte e 9 volte su 10 il risultato lo portava a casa. Perdere in maniera così perentoria, alla prima gara casalinga di prestigio in Champions da diversi anni, ha minato quell’aura mistica che avvolgeva l’ambiente romano e che aveva permesso all’allenatore di nascondere le lacune tattiche che solo alcuni addetti ai lavori (su tutti, Arrigo Sacchi) avevano preventivamente evidenziato, spesso tacciati di allarmismo ingiustificato da tifosi e non.
Iniziarono così ad esplodere i primi “casi” nello spogliatoio, su tutti Mattia Destro; quello che doveva essere il bomber dei prossimi 10 anni si è trasformato in un calciatore abulico, inconcludente ed a tratti indolente. D’altronde non è uno di quei centravanti che eccelle nel lavoro di squadra e nella tecnica, ma uno che i movimenti verso la porta li sa fare come nessuno in Italia, quindi ha bisogno di esser continuamente rifornito di palloni da depositare in rete. E se il collettivo non gira e non ci crede, come può esprimersi?
Il delirante mercato di Gennaio, con gli acquisti di Spolli, Doumbia ed Ibarbo che poco o nulla hanno apportato alla causa, principalmente non per loro responsabilità dirette ma anzi con mille attenuanti, insieme al nuovo infortunio di Kevin Strootman e ad un Gervinho tornato malconcio dalla Coppa d’Africa, sono stati la mannaia su una stagione disgraziata, caratterizzata da prestazioni altalenanti tra il tragico ed il disastroso ed una quantità di pareggi con Under spropositata (se la squadra ha paura, preferisce non prenderle ed affidare le iniziative offensive all’inventiva del singolo, che però lo scorso anno la Roma non aveva. Al di là dei nomi mediatici o meno, nessuno è stato in grado di prendere per mano la squadra nel momento di difficoltà).

Poche assenze tanto durature come quella di Kevin Strootman si sono rivelate così determinanti in negativo, senza che ad essa si sia riuscito a trovare un vero rimedio

25 Maggio 2015 Nonostante questo andamento, il secondo posto fu comunque raggiunto e con esso la qualificazione in Champions League.
Era il traguardo minimo stagionale, visto che molti parlavano di scudetto, compreso Rudi Garcia che durante la stagione si lasciò andare più volte a dichiarazioni ardite, giustificate dal “Dovevo tenere concentrati e motivati i ragazzi”. Nell’intervista post Derby decide di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, indicando colpevoli ed assassini, dicendo che la Juve sarebbe stata irraggiungibile per anni ed anni, attaccando la società e scaricando sostanzialmente la responsabilità su una società incapace di dargli una rosa adeguata.
Di tutta risposta, la dirigenza ed il presidente decisero fondamentalmente di depotenziare Garcia, troppo prematuramente incaricato di essere un manager all’inglese, togliendogli il potere decisionale sulle più rilevanti operazioni di mercato ed eliminando alcuni dei suoi collaboratori, su tutti il preparatore atletico Paolo Rongoni, sostituendoli con uno staff di provato curriculum internazionale e fornendo al tecnico francese un vero e proprio instant team.
Inutile negare che, seppur carente nelle alternative in alcuni ruoli (ed a tal proposito va ricordata la restrizione UEFA della rosa dovuta alle sanzioni del FPF), la rosa della Roma sia al top in Italia e dignitosissima per la Champions League. Quindi il ragionamento del DS Sabatini e del DG Baldissoni sarà stato del tipo: “Beh, cacciare un allenatore che è arrivato per due volte secondo sarebbe un suicidio, nel caso la prossima stagione non arrivassimo nelle prime due posizioni. Forniamogli una rosa di livello e facciamolo concentrare solo sul campo, sperando di supplire alle sue carenze con la qualità dei calciatori. E poi esonerarlo ci costerebbe moltissimo, visto il lungo contratto in essere”.
Era chiaro che un discorso così non sarebbe potuto funzionare. Non esistono le improvvisazioni e non si ammettono leggerezze, nel calcio di oggi.
Una squadra forte si costruisce con una società forte e l’A.S. Roma non lo è, soprattutto a livello di uomini e di figure dirigenziali.

A sinistra Italo Zanzi e a destra Mauro Baldissoni, in posa con il dirigente del Bayern Monaco Karl-Heinz Rummenigge

Autunno 2015 La Roma inizia il campionato in maniera contraddittoria, alternando prestazioni difficilmente comprensibili a grandi partite come quelle contro Juventus e Fiorentina. Trascinata dalle sue frecce africane riesce ad arrivare alla testa solitaria della classifica in Campionato ed a porsi in ottima posizione in Champions League grazie alla sofferta vittoria casalinga contro il Bayer Leverkusen. Ma come lo scorso anno, c’è una corazzata da affrontare e questa è il Barcellona dell’ex Luis Enrique. All’Olimpico il gruppo sfoderò una prestazione di gran carattere, impreziosita dal gioiello di Alessandro Florenzi, mentre al Camp Nou, forse a causa del pareggio tra BATE e Bayer che migliorò ulteriormente le chances giallorosse di passaggio del turno, si è vista una squadra molle e slegata, totalmente in balia dell’avversario. Altra batosta, 6-1. Dzeko che ufficialmente diventa un caso perché abbina prestazioni di grande sacrificio a gol sbagliati clamorosi e pesantissimi.
Sei partite di fila senza vittoria contro avversari anche modesti quali Atalanta, Bologna e, soprattutto, Spezia.
Ieri pomeriggio si è consumato il delitto perfetto. I mandanti li conosciamo, la vittima è la Roma e la sua gente. La sua gente tradita prima dal suo “nido”, l’Olimpico, che tra divisione delle Curve e controlli degni del confine tra Germania Ovest ed Est durante la guerra fredda è diventato un posto tutt’altro che accogliente, e poi da una squadra tutta, che per l’ennesima volta ha illuso, ha parlato, ma non ha concluso.
È frustrante vedere calciatori del calibro di Edin Dzeko vagare per il campo alla ricerca di una intuizione che mai si materializza. Il bosniaco anche ieri ha offerto una prestazione positiva, variava per tutto il fronte d’attacco interpretando il ruolo in una modalità che non è la sua, e si è sacrificato addirittura in ripiegatura fino al 120′, stoppando due pericolosissimi contropiede avversari nei tempi supplementari come fosse un medianaccio di rottura che insegue l’avversario.
È frustrante vedere Miralem Pjanic senza idee, senza sbocchi, considerando le possibilità del calciatore in questione. È frustrante vedere Iago Falque in queste condizioni, un esterno capace di segnare 13 gol nella scorsa Serie A.
Potrei continuare all’infinito. Il problema vero della Roma è che non esiste un timone, in campo e fuori. Quando un allenatore non è provvisto di alternative tattiche al proprio piano di partenza, può comunque essere un ottimo motivatore e trascinatore. Lippi, Mourinho, Capello. Gente di polso che ha vinto tutto pur non offrendo mai un calcio creativo. Ma quando un tecnico non è la reincarnazione di Rinus Michels e non riesce a offrire una svolta ad una situazione che comunque ha il merito di non perdere mai del tutto, quantomeno una società forte deve supportarlo, inserendo qualche uomo “di calcio” a mo’ di raccordo tra staff e calciatori. Niente.
Allora una società dignitosa, in ultima battuta, ha il dovere di scuotere la situazione individuando un nuovo tecnico ed avendo la decenza di rimettere il proprio mandato nelle mani di chi paga loro gli stipendi. Nulla.
Un tunnel senza uscita, a meno di una scossa che provenga dall’alto, dal presidente James Pallotta. Un uomo totalmente avulso dalle dinamiche dello sport nostrano, che non può comprendere, giustamente, la mentalità di una curva che diserta l’Olimpico da inizio stagione e contesta l’immobilismo societario.
L’NBA è un’altra cosa, fortunatamente per il basket americano. E se lo sport europeo è questo, è Pallotta a doversi adeguare.

James Pallotta, l’uomo da cui ci si aspetta una forte presa di posizione alla luce degli investimenti fatti

Domenica la Roma affronterà un Genoa a pezzi, privo dei suoi migliori attaccanti che sono Pavoletti e Perotti, in casa.
Ancora una volta, sarà “decisiva la prossima gara”.
I tifosi sono stanchi, giustamente. Condivisibili o meno le modalità della protesta, non c’è più la dignità necessaria per continuare a sostenere un progetto che sarebbe sbagliato distruggere, ma sarebbe necessario rivoluzionare radicalmente. Ma per fare le rivoluzioni serve il coraggio, dote che questa dirigenza sembra avere solo in parte.
Domenica sarà l’ennesima “ultima spiaggia” di una squadra e di una società alla deriva nell’Oceano più aperto.

 

Giuliano Nassisi

 

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Giuliano Nassisi

Nasco calciofilo ma la mia condizione di più piccolo della classe mi relega al ruolo di portiere sin dall'età di 5 anni. Un trauma cranico e diversi gol subiti sotto le gambe mi inducono ad abbandonare la carriera agonistica per dedicarmi alla visione di talenti nei 4 angoli del globo.
Amo anche il motorsport purché abbia 4 ruote, il basket e gli sport acquatici ed invernali. Ma a dosi più ridotte.

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