Peter Sagan, il funambolo della bicicletta

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Un ciclista che conclude una tappa del Giro impennando la sua bicicletta, manco fosse Max Biaggi, non può essere un corridore normale. Peter Sagan è un fuoriclasse assoluto dei pedali, un corridore d’altri tempi ed allo stesso tempo prototipo del corridore moderno, in altre parole il più grande talento ciclistico degli ultimi 10 anni.

Alt. Chris Froome, Alberto Contador, Vincenzo Nibali sono dei grandissimi campioni, vi fermo prima che possiate obiettare, ciò che però bisogna analizzare di Peter Sagan è il talento puro.

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La vostra normale esultanza

Corridore universale

Lo slovacco della Tinkoff ha infatti ampiamente dimostrato di sapersi far valere in qualsiasi tratto di corsa, sia che la strada si impenni o che scenda in picchiata, nelle volate di gruppo e in quelle ristrette e non ultimo nel sacrificio per i compagni quando non è il capitano designato. Un corridore così completo non lo vedevamo da anni, qualcuno ad inizio carriera lo paragonò a Cunego e a Riccò, io lo vedo più simile a Gilbert per varietà di soluzioni che ha nel proprio arco e per la diversità dei circuiti su cui può correre da protagonista. Sperando che sia pulito come il primo, credo che il paragone con i due ciclisti italiani non regga minimamente, poiché il campione del mondo infatti ha dimostrato di esserne una versione di gran lunga evoluta, un corridore che se allenato a dovere potrebbe raggiungere la top-10 di una grande corsa a tappe, conservando ugualmente la possibilità di trionfare sugli Champs-Elysees o in una classica del Nord.

Il poter competere su ogni tipo di circuito e la conseguente facilità con cui si piazza su ogni linea del traguardo, gli conferisce il diritto di prenotazione del primo posto nella classifica punti di qualsiasi corsa a tappe cui prenda parte.

Se scorrete la lunga lista di vittorie e piazzamenti d’eccezione ottenute in carriera, subito rimarrete impressionati dal numero – 75 a soli 25 anni in un ciclismo ipercompetitivo – distribuite lungo tutto l’arco della singola stagione e sui tracciati più disparati. Non vi sfuggirà il fatto che la vittoria del mondiale su strada di pochi giorni fa rappresenti il successo più importante e probabilmente quello della svolta, dal momento che ancora non ha vinto nessuna classica monumento e che negli ultimi due anni lo slovacco sembrava avesse arrestato il processo di crescita perpetua che aveva messo in atto sin dalla primissima corsa.

Sul traguardo di Metz la vittoria più impressionante del Tour de France della sua esplosione. Il treno della Lotto è schierato per regalare la vittoria al capitano Andrè Greipel, Sagan è nella posizione di avvoltoio subito a ruota.

A 0:52 ecco il colpo da maestro: il corridore che si frapponeva tra lui e il favorito Greipel rinuncia alla volata, Sagan con una manovra ad altissima velocità lo scarta e si rimette in scia al tedesco.

Il resto è superiorità.

 

Sagan versione 2.0

Il Sagan di inizio carriera, ancora acerbo, era un corridore che mostrava un’energia fuori dal comune. L’esuberanza di un ventenne gli impedì di cogliere più di un successo di prestigio, la voglia di strafare, la frenesia ed il desiderio di spaccare il mondo erano il velo che copriva un diamante grezzo, il freno su una bicicletta con un paio di moltipliche in più rispetto a tutte le altre. Come un giovane cestista che, alle sue prime esperienze in NBA, mette insieme statistiche interessanti ad ogni allacciata di scarpe senza necessariamente a farle combaciare con le vittorie di squadra. Durante il Tour 2012 “dichiarò” le sue vittorie, centrandole puntualmente qualche ora dopo.

“Vincerò a Seirang”. Fatto.

“Vincerò a Boulogne-su-Mer”. Regolare.

Avete idea della pressione che lui stesso osava mettersi addosso e delle energie anche psicologiche che spendeva per non deludere le aspettative? Il vecchio Sagan era in ogni azione, in ogni fuga e questo, se non altro per la legge dei grandi numeri, ne pregiudicava l’efficacia e la freschezza in ogni corsa, soprattutto quelle ad altissimo livello di competitività.

Il nuovo Sagan, invece, è un ciclista più ordinato, selettivo e concentrato tatticamente sull’intera corsa, dotato di una visione della gara alla Hamilton o alla Alonso per intenderci e di una capacità di studiare in anticipo le mosse degli avversari degna del Michael Jordan di quella famosa finale contro Utah. Paradossalmente, lo sviluppo del QI ciclistico, ne sta frenando l’impeto e “normalizzando” il numero di vittorie, ma allo stesso tempo è alla base dei suoi ultimi successi più importanti e con tutta probabilità lo sarà alla base di quelli futuri.  Le quattro maglie verdi vinte nelle ultime quattro edizioni di Tour de France sintetizzano la capacità di piazzarsi sempre e comunque, senza il bisogno di vincere perché nell’ultima occasione ha dimostrato di poter arrivare in verde a Parigi senza aver mai tagliato un traguardo a braccia alzate. Non è altro che la testimonianza più tangibile di un corridore dal cinismo superiore alla media, finalmente in grado di gestire senza troppi affanni situazioni inestricabili per gli altri.

 

A me la scena

Il ciclista è un atleta disabituato a stare sotto la luce dei riflettori, se non altro perché risulterebbero ancor più evidenti i segni della fatica, gli ematomi dopo una caduta in discesa, l’abbronzatura da muratore o le curve a gomito dei fisici tiratissimi. Peter Sagan è l’eccezione anche in questo. Estroversi come lui ce ne sono pochi in gruppo, PS è un personaggio che farebbe scalpore tutti i week end se praticasse uno sport più mediatico. La sua predisposizione a monopolizzare la telecamera è stata criticata da più di qualcuno, e con essa la guasconagine che sta alle radici di alcuni suoi eccessi in mondovisione. Vedi la mano morta nei confronti della Miss della premiazione del il Giro delle Fiandre 2013, o i suoi calci alla moto dell’organizzazione quando è stata la causa di una delle sue ultime cadute, o ancora le prese di posizione nei confronti dei direttori dei grandi giri quando le cose non andavano per il verso giusto.

                         Il tono e lo sguardo sono quelli di uno che sta alla terza pinta.

 

Seppur talvolta alcuni comportamenti abbiano rasentato pericolosamente il filo dell’esagerazione, fanno parte di un personaggio istrionico che non ha alcun timore a vivere con spensieratezza le sue fatiche, spensieratezza percepita inzialmente come antipatia da un pianeta, controverso e legato alla propria natura semplice e nobile allo stesso tempo, come il ciclismo. Peter Sagan è un uomo senza peli sulla lingua, istintivo lontano dalla bici tanto quanto lo era in sella un paio di anni fa, un intreccio di muscoli e potenza avvolti da tenacia e sacrificio, alimentati dal fuoco della passione e della voglia di primeggiare, o meglio di stravincere. Rappresenta il miglior spot possibile per un movimento che negli ultimi mesi sembra aver intrapreso la strada giusta per la credibilità, il compromesso tra il giusto e lo sbagliato, l’uomo perfetto per riportare agli antichi fasti uno sport che ha bisogno di tornare ad esser respirato dalle persone, e pazienza se il tutto ben si sposa con alcuni eccessi dettati dalla “modernità”.

L’approccio sicuro è una delle armi vincenti di Sagan, una delle chiavi dei suoi 75 successi, e dei tanti altri che arriveranno. Oltre alla capacità fisica straordinaria, la voglia di mettere la propria ruota davanti a quella degli altri anche al ritrovo per le firme lo rendono un competitor di prima categoria, un atleta che allena i suoi punti deboli trasformandoli in punti di forza. Dopo aver vinto tutto nel ciclocross, ha saputo adattarsi in fretta agli Juniores su strada e poi ai professionisti, ha imparato a mollare quando ciò era funzionale al proseguio della corsa, ad andare in fuga quando ogni altro corridore con le sue caratteristiche si sarebbe staccato. Ha portato borracce, trovato azioni in solitaria impossibili per gli altri, vedi la vittoria mondiale, ed ha saputo sfruttare il lavoro degli avversari per stampare la zampata vincente, il tutto con una padronanza del mezzo sconosciuta ai suoi colleghi, quasi fosse una seconda pelle, il giocattolo di una vita e non uno strumento di lavoro.

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“Che volete che sia, sono semplicemente campione del mondo”

Scrivere, parlare, leggere di Sagan sconvolge perché lo si fa ininterrottamente da quando trionfò la prima volta alla Parigi-Nizza del 2010. Ha soli 25 anni e si è già segnalato in una miriade di situazioni e in tante altre dovrà ancora manifestarsi. Per molti atleti la vittoria iridata simboleggia il coronamento di una carriera, per Sagan è la dogana attraverso cui passare nella seconda fase della sua carriera. Quella che dovrebbe conferirgli l’incantesimo mentale necessario per dare l’assalto alle classiche che hanno fatto la storia del ciclismo e consacrarsi come un grandissimo.

Sagan si diverte ad andare in bicicletta e la bicicletta si emoziona quando è cavalcata dallo slovacco. E’ un rapporto reciproco che trascende il concetto di sport, è una vita in simbiosi che certamente allungherà la carriera dello slovacco e forse, lo diciamo sottovoce, darà nuova linfa all’essenza del ciclismo.

 

Giuseppe Villani

 

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Giuseppe Villani

Studente di medicina con la passione per qualsiasi competizione. Leggere, scrivere e suonare è tutto quello che so fare. Vodka Martini please, shaken, not stirred.

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