Non siamo mica le americane

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Fa male. Una morsa stritola la gola, le lacrime si stringono ai lati degli occhi e l’unica cosa che si riesce a fare è scuotere la testa.

Siamo fuori. Dopo la finale a squadre di quattro anni fa, non siamo riusciti a ripetere l’impresa. Se quella di Londra era considerabile una squadra più forte, per condizioni fische ed età media, la spedizione azzurra in Brasile valeva comunque un posto tra le prime otto del mondo.

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La formazione azzurra in pedana a Rio 2016 (Foto Bufolin/FGI)

La vita di un campione è essenzialmente fatta di solitudine, quando si arriva ai momenti difficili di una competizione. In quegli istanti, sono i dettagli a fare la differenza: come ti sei allenata, quanta fiducia senti nei tuoi confronti, come hai preparato quella gara e quanto sei pronta a sopportarne il peso. Una spinta invisibile sulle spalle che ti manda verso terra, mentre la vista si appanna e il respiro non va oltre un ansimante affanno. Sei sola contro tutti. E non sei certa di potercela fare.

È sottile, in certi casi, la linea che separa l’essere umano dal robot. La capacità di estraniarsi dall’intorno, di privarsi di quella adrenalina che è il cuore pulsante di una gara. Alle nostre ragazze è mancato questo, confermando ancora una volta che il vero limite, quello più grande, è dato dalla testa e non dal corpo.

Le cadute fanno parte del gioco, specie in un attrezzo beffardo come la trave. Ti tiene lì, sul filo, a piroettare in precario equilibrio sul mondo. A Vanessa, Erika e Carlotta, si possono rimproverare molte cose, ma questa volta è meglio tacere. Non è una disfatta che mina il terreno per il futuro come fu quella di Sofia, piuttosto un incidente di percorso capitato nel peggiore momento possibile. Nessuna novellina a cui rimproverare l’inesperienza o il poco fegato, perché stavolta sono mancate le migliori. Meneghini e Rizzelli hanno dato il loro contributo, importante, spiazzando i maligni che tacitamente speravano di potergli attribuire le colpe di una disfatta.

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Il volo di Vanessa Ferrari al corpo libero (Foto Reuters)

Esplicative le parole di Martina Rizzelli al termine della gara, tanto genuine quanto lapidarie: “Prima di entrare in campo gara mi veniva da piangere per l’emozione, ho cercato di gestirla pensando a quanto avevo lavorato per arrivare fin qua e che dovevo dare il massimo, senza pensare a come sarebbe andata a finire”. Una voce di ragazza che ricorda al mondo la sua fragile umanità. Siamo anni luce indietro rispetto alle nostre avversarie, in quanto a tenuta mentale nelle gare più importanti. Dobbiamo lavorare su questo aspetto, non possiamo pensare di crescere se non miglioriamo la capacità di reggere alle tante pressioni che una gara internazionale presenta.

Conti alla mano però, va bene così. La vittoria, seppur sporadica, ha un sapore diverso quando arriva dalle nostre parti. Pazienza se al momento non siamo competitive come vorremmo. D’altronde, non siamo mica le americane.

Andrea Zezza

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Andrea Zezza

Fantallenatore incallito, tifo solamente per gli undici beniamini che mando in campo ogni domenica. Amo qualsiasi cosa rotoli in terra, ma non disdegno la ginnastica artistica. "Amarcord" è uno stile di vita.

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