Bisogna saper perdere

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Adoro Viktoria Komova. Mi piace perché se ne frega dei benpensanti, di De Coubertin e di quella stupida usanza di assegnare una medaglia anche al secondo e al terzo classificato. Al diavolo l’argento, il bronzo e i premi di consolazione. Ci si allena, si lotta, si impegna a fondo perduto la propria vita per vincere. Che senso ha dover assistere alla pantomima della premiazione dovendo fare buon viso a cattivo gioco? Lunga vita al cinismo, finché non esce dai confini della sportività.

Detesto Viktoria Komova. Mi innervosisce vederla piangere dopo una gara andata male, arrivo anche a gioire delle sue disfatte pur di constatare la sua ridicolaggine, l’incapacità cronica di incarnare la figura di un’atleta professionista. Possibile che non riesca a crescere e a capire che bisogna assumersi le proprie responsabilità? Non si vive di scaricabarili, men che mai se si è una ginnasta olimpica.

Birmingham 2010

Una giovane Viktoria Komova in tutta la sua eleganza

Nel 2010 esplode la sua stella: è la miglior Junior del circuito e ha fatto incetta di medaglie agli Europei di Birmingham. I paragoni si sprecano, la Russia è convinta di aver trovato la sua Liukin e i genitori di Viktoria, ex ginnasti di successo, già si sfregano le mani al pensiero di una nuova piccola campionessa. Nel frattempo la Russia vince il suo primo oro mondiale dal crollo dell’URSS, trainata da una giovane Aliya Mustafina; in prospettiva, i russi hanno una squadra portentosa con cui gareggiare alle Olimpiadi di Londra.

L’anno successivo segna l’inizio dei suoi problemi: operata a Maggio, dopo due mesi è già in palestra ad allenarsi per i mondiali di Ottobre. A Tokyo stringe i denti e conquista il suo primo oro alle parallele, non riuscendo a ripetersi nella competizione a squadre e in quella individuale, dove porta a casa solamente l’argento. In Giappone Viktoria vive le sue prime sconfitte, i primi rancori, subendo quella spaccatura nell’anima che la perseguiterà per il resto della sua carriera. Nella kermesse intercontinentale, con la Mustafina fuori per infortunio, gli occhi sono puntati su di lei e sulla rivale americana Jordyn Wieber, con cui compete già da diversi anni a livello giovanile. Dopo la caduta a trave nella finale a squadre, arriva dietro la statunitense nel concorso individuale di soli 0.033 punti; l’allenatore è furibondo e lei attacca pesantemente i giudici, tacciandoli di imparzialità. Negli attimi seguenti la gara, si rifiuta di stringere la mano alla Wieber distogliendo lo sguardo. È la prima macchia, l’antesignana di una lunga serie di proteste che la faranno etichettare come ragazzina immatura. Il divario tra lei e la rivale americana è abissale, non tanto da un punto di vista tecnico quanto da quello mentale. Se artisticamente sono portatrici di due stili ginnici diversi, opponenti l’eleganza alla potenza, altrettanto differente è la preparazione psicologica. Viktoria è impulsiva, emotiva, smaniosa di vincere ma impreparata a farlo; Jordyn è fredda, calcolatrice, consapevole dei propri mezzi e allenata ad ottenere ciò che vuole riducendo al minimo la passionalità. Per Viktoria l’ennesima sconfitta contro la Wieber si aggiunge alle pressioni esterne già complicate da sopportare, portando lo stress a livelli di difficile gestione.

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Il disappunto di Viktoria per l’ennesimo argento

Il 2012 è il turning point della sua carriera, con le Olimpiadi di Londra a fare da spartiacque tra l’oblio e la gloria eterna. Agli Europei di Bruxelles conferma di essere la regina delle parallele bissando l’oro iridato, ma la sua caduta alla trave concorre a decretare il secondo posto finale della Russia dietro alla Romania.

Viktoria arriva in Inghilterra accompagnata dai mostri che popolano i suoi incubi: i suoi genitori e i Rodionenko, i perenni dolori fisici, la rivalità interna con la Mustafina e quella esterna con la Wieber, gli insostenibili paragoni di chi vorrebbe una nuova Khorkina.

I giochi olimpici si mettono subito in discesa, iniettandole una massiccia dose di fiducia; al termine delle qualificazioni infatti è prima nella classifica generale, seconda a trave e terza a parallele. Il destino, inoltre, sembra non voler più essere così beffardo, escludendo Jordyn Wieber dal concorso individuale. La strada verso l’immortalità è spianata, l’orizzonte non potrebbe essere più luminoso.

E invece eccola lì, la piccola Viktoria ancora una volta in lacrime. Stretta in un abbraccio con l’amica Mustafina, la cui presenza stavolta non è stata un problema; è solamente terza Aliya, superata dalla compagna più giovane. Lì, sul gradino più alto del podio, c’è qualcuno che non si aspettava, un elemento imprevisto che non aveva considerato. Gabrielle Douglas sorride gaudente, con la sfrontatezza tutta americana di chi si compiace della propria superiorità.

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Impassibile, incontro al suo destino

No. No, non è possibile. Ci deve essere un errore, vi prego. Ricontrollate tutto, fate qualcosa ma non condannatemi a un’altra sconfitta. Deve aver pensato questo Viktoria, incapace di accettare l’inferiorità rispetto all’americana, che partiva con quattro decimi in più di coefficienti di difficoltà. Eccola, l’ennesima debolezza di Viktoria. Non lo accetta, proprio non riesce a convivere con la sconfitta. Non può urlare contro i giudici, non se la può prendere con gli organizzatori o con un’attrezzatura irregolare. È sola con i suoi limiti, sbattutigli in faccia all’improvviso, presa alla sprovvista in una gara in cui ha rasentato la perfezione. Sola, sul podio, pallida e argentea come la luna. Con il viso rannuvolato di chi è lì ad aspettare il prossimo temporale.

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Viktoria Komova ha nell’incapacità di reagire grintosamente agli errori il suo punto debole

Da quei due decimi di differenza, la rabbia di Viktoria si esacerba, rovinando le finali di specialità dei giorni successivi. Sbaglia a parallele, alle sue parallele, toccando uno staggio; cade poi due volte a trave dopo che erano già rovinate al suolo Iordache e Douglas, le principali contendenti.

La carriera della Komova crolla di botto. La magnifica perdente, tanto incantevole da veder volteggiare quanto odiosa nel suo essere bambinesca al momento della sconfitta, precipita in un vortice buio dal quale non riesce a uscire. Nel 2013 contrae una meningite che le fa saltare i campionati mondiali, nel 2014 si opera a una caviglia e non prende parte alla spedizione per Nanning. In due anni è cambiata molto, quantomeno fisicamente: ha aggiunto quasi venti centimetri di altezza al suo corpo, snellendosi e rendendo ancor più ammirevoli le sue linee alle parallele.

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Passano gli anni, ma le linee sono sempre fantastiche (Photo by Cristina Boggio)

I mondiali di Glasgow appena trascorsi l’hanno presentata come una ginnasta nuova, dalle movenze rinnovate e portatrice di una sana determinazione. Purtroppo però, Viktoria ha smentito tutti, cadendo di nuovo tra le grinfie degli antichi mostri. Il sonno della ragione è prevalso ancora, soffiando via i buoni propositi con cui si era presentata; non le è bastato riappropriarsi dell’oro alle parallele, dimostrando di essere ancora viva e capace di stupire. Ha trovato nelle americane il capro espiatorio della debacle che ha investito la sua nazionale, cercando di nascondere il suo ennesimo fallimento in un attrezzo che non sia il suo prediletto. L’aver ritrattato più volte l’accusa di doping nei confronti degli USA non sminuisce il suo gesto, figlio della solita impulsività che da sempre la caratterizza. Vive su un’altalena Viktoria, enfatizzando i picchi di oscillazione tra gioia e disperazione, incapace di controllare le proprie emozioni.

Compatisco Viktoria Komova. Mi metto al suo posto  e vivo le sfide di una bambina perennemente sotto pressione, inseguita dai fantasmi del passato e dalle proiezioni del futuro. La abbraccio anche io, consapevole di farle un torto giudicandola. Piange, tra le mie braccia. Piange ancora, piange istericamente, piange le lacrime di chi sente dentro di sé solamente il morso e la malinconia primitiva di un’altra cosa buona persa per sempre.

Così, Viktoria Komova, ci lascia tra le mani un almanacco pieno di opere incompiute, di vittorie mutilate, di desideri inarrivabili. Non ha retto alla competizione, si è arresa dinanzi al Cerbero opprimente del primato, ha gettato le opportunità di dimostrarsi una campionessa. Ci ha provato, lo ha bramato con tutte le sue forze, ma non ce l’ha fatta.

La storia ci consegna una perdente e noi non dobbiamo fare l’errore di vestirla con i panni dei sogni.

Andrea Zezza

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Andrea Zezza

Fantallenatore incallito, tifo solamente per gli undici beniamini che mando in campo ogni domenica. Amo qualsiasi cosa rotoli in terra, ma non disdegno la ginnastica artistica. "Amarcord" è uno stile di vita.

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