Questione di tempo

  •  
  •  
  •  
  •  


null

Ci sono decine di milioni di motivi che fanno presupporre che per lui sarà più facile, rispetto ad un altro comune mortale, farsene una ragione. Ci sono decine di milioni di motivi per i quali non vorrei mai sentir dentro di me quello che in questo momento sta provando Valentino Rossi.

Ricordo perfettamente la mattina del 31 Agosto 1997. Amavo la Formula 1 da bambino, ma quella mattina non ero in piedi per le quattro ruote. Il salone della casa di mio nonno aveva la TV vicino a una grande finestra, un sediolina era posta davanti, vuota. Io non ero in grado di sedermi, saltellavo eccitato di fronte al mio nuovo idolo di infanzia, un campione che avrebbe dovuto affiancare Schumi nel mio cuore di appassionato delle competizioni. Correva con le 125, non avrei mai saputo dire cosa volesse dire, sapevo soltanto che era una moto. Ma sorpassava tutto e tutti, ti coinvolgeva in un furore agonistico che nessun altro sapeva trasmettere, era spericolato come Schumacher, ma tremendamente diverso quando levava il casco e quella mattina era a Brno, in Repubblica Ceca – avrei scoperto molti anni dopo questo dettaglio – a giocarsi il titolo mondiale. Scoprii con mio enorme stupore che avrebbe potuto vincere il mondiale anche senza vincere la corsa. Non sapevo perchè, per me importava soltanto la vittoria e non un piazzamento – Marquez lo so che non mi stai leggendo, ma ti dedico questo mio pensiero di bambino -. Poi ho ricordi confusi, Vale che arriva terzo, mia madre che mi dice di essere contento perchè è campione del mondo, io che speravo di vederlo con lo spumante e comunque aspetto la festa del podio. Non la vedrò mai.

null

La prima volta da Campione del Mondo.

Un’edizione straordinaria del telegiornale ci dice che a Parigi è morta Lady Diana, io non ho la più pallida idea di chi sia, io voglio vedere Valentino Rossi! Ma quella è una giornata storica, per il mondo intero, figuriamoci per lo Sport, quella mattina inizia la leggenda di Valentino Rossi, quella sera Ronaldo fa il suo esordio a San Siro in maglia nerazzurra e Recoba fa credere al mondo di essere un fuoriclasse, ma questa è un’altra storia.

Questione di prospettive

All’inizio è fame, passione, voglia di arrivare. Quando cominci hai solo il sogno di farti vedere, di diventare qualcuno. Poi sono i soldi. Non prendiamoci in giro, i soldi contano molto e nello sport sono l’indice del tuo valore, secondo voi perchè Messi si fa ritoccare l’ingaggio se lo ha appena fatto Ronaldo? Non è quel milione in più il problema, ma il dimostrare, prima di tutto a se stessi che si è migliori. Ma comunque la prima cosa del post-vittoria, sono i soldi. Poi è pressione, sponsor, manager, la gente che ti guarda in tv o ti ferma per strada. Devi ripeterti, continuare a vincere, sconfiggere avversari nuovi e con la tua stessa fame. Devi migliorare sempre più, infrangere record, ma anche presenziare alle serate di gala, andare in TV (No, da Fazio no!) rispondere alle interviste, ammirarsi sui rotocalchi e veder seguire la propria vita privata da tutte le persone che non capiscono nulla. Ogni errore viene sezionato, il taglio a Y della stampa e dei social network, dei bar e dei forum online. Sei al top della carriera, non puoi fallire, nulla viene prima del traguardo. E poi arrivi al limite, sei nella leggenda, tutti ti ammirano e sanno che con un conto in banca di centinaia di milioni di dollari potresti mollar tutto e vivere come un re per sempre. Ed è proprio in quel momento che ne inizia ancora un’altra, di storia.

 

Per amore del gioco, per odio di se stessi 

Il campione, il fuoriclasse si siede sul letto, con le occhiaie di chi non ha dormito tutta la notte, col sorriso spento di chi sa di avere un mostro dentro di se che lo corrode. Si alza e si guarda allo specchio, un forte sospiro gli fa capire che è pronto ad affrontare la verità, a rispondersi a quella domanda: perchè continuare? E’ una domanda comune ma per nulla banale. Ce la poniamo tutti i giorni o quasi, nei momenti più importanti della nostra vita ed anche in quelli più futili. I cambiamenti fanno parte del nostro cammino, ma non sempre sono dolcemente obbligati o violentemente costretti. No, i cambiamenti più duri sono quelli che scegliamo e se la decisione riguarda ciò che ha occupato per la maggior parte la nostra vita, se riguarda il nostro intero mondo, allora la decisione diventa fondamentale, pesantissima, meno istintiva e più cerebrale, più ragionata che con il cuore.

null

Una di quelle giornate che hanno tracciato il suo mito

La risposta è ovvia. Per il campione il proprio sport è una droga. Un rapporto d’amore malato in cui l’uomo è convinto che la sua disciplina abbia ancora bisogno di lui, mentre è l’uomo ad averne una disperata necessità, quasi morbosa. Si finisce per odiarsi, poiché bisogna allenarsi ancora più duramente, con maggiore concentrazione, sviluppare nuove idee, tecniche, tattiche e sconfiggere avversari che hanno la fame e la gioventù che avevi una volta.

Ma è tutto più leggero. La pressione è svanita in una nuvola sulla tua testa, non lo fai perchè devi, lo fai perchè vuoi. Il sudore è dolce come miele, il sonno post allenamento – tra un mal di schiena e un mal di testa – desiderato come non lo era da tempo. Chiedete al ragazzo che fa le ripetute nel precampionato e al podista di 50 anni che le fa la domenica pomeriggio che differenza c’è, che sensazioni si provano. La fatica è la stessa, lo spirito non potrebbe essere più opposto. E poi c’è la differenza più grande, il sapore della vittoria e della sconfitta.

 

Questione di tempo

Quel primo anello con Shaquille O’Neal è stato speciale, ma Kobe Bryant sapeva che ne sarebbero arrivati altri.

La vittoria a Wimbledon contro Andy Roddick era un tassello di una splendida carriera, una delle tante conquiste di Roger Federer e così il mondiale del 2006 per Gianluigi Buffon, bellissimo ma non il canto del cigno. La vita non è breve, diventa breve.

La metafora della clessidra, la cui sabbia sembra scendere sempre più velocemente a mano a mano che il suo livello cala e la fessura sempre più stretta, è perfettamente calzante per le nostre vite e lo è in modo amplificato per quelle degli sportivi. Una stagione persa a 20 anni non è come una stagione persa a 32. Per Federer, perdere Wimbledon nel 2008, in finale contro Nadal, in quell’atmosfera irripetibile è bruttissimo. Perderlo nel 2014, al quinto set con Djokovic, in quella che pare essere l’ultima cartuccia della carriera, deve essere un inferno.

Così la rabbia e la delusione di Valentino Rossi sono spiegabili. Quando sei al termine della carriera non dipende più da te, non più solo da te. Le occasioni, quelle poche che ti si presenteranno davanti, vanno prese, azzannate, non bisogna nemmeno darsi il tempo di comprendere, bisogna agire. Una serie di fattori che si uniscono per darti un’ultima chance, vedi l’inizio balbettante di Lorenzo, una M1 di livello assoluto, Marquez ridotto a lottare con i suoi fantasmi e incapace di rimanere in sella per tre gare consecutive. Un Pedrosa che ruba punti ogni tanto ma spesso quando non conta davvero, ma soprattutto una straordinaria continuità del vecchio leone.

null

In piega sulla moto che quest’anno non lo ha mai tradito

La pressione, svanita, torna a far capolino, ma non per l’ottenimento del risultato in quanto tale, bensì richiamata dal desiderio enorme di non mancare l’appuntamento con quella che potrebbe essere l’ultima volta. Di scrivere un’altra pagina della propria leggenda. Di sfamare la propria ingordigia. Di mettere il proprio timbro su una generazione di piloti cui non dovrebbe più appartenere.

Ed ecco materializzarsi la paura di non farcela, l’evidenza di non essere il più veloce in pista e l’esigenza di raschiare ogni goccia di talento rimasto per conservare il vantaggio conquistato unita alla necessità che in pista non si presenti alcun tipo di complicazione. In questo contesto è semplice capire quanto sia stato umano l’errore di Valentino Rossi di cadere nella trappola di Marc Marquez, di stimolare un duello che in condizioni normali avrebbe rifutato senza batter ciglio. In quella conferenza stampa di Sepang, la denuncia di Rossi celava la curiosità di capire quanto Marquez si sarebbe spinto oltre; il pesarese neanche immaginava che lo spagnolo lo avrebbe trainato giù insieme a lui. Vero che a cadere sia stato solo il pilota Honda, ma il gesto di allargare la traiettoria in curva con tanto di sguardo di sfida, non certo il calcio che non c’è mai stato, è stato l’imperdonabile reato su se stesso. La prova di come perfino i fenomeni, con l’andare degli anni, sciolgono i panni dell’unstoppable manifestando una vulnerabilità marcata.

Seguire le gesta dei mostri sacri dello sport è sempre meraviglioso,  ma quando le loro carriere imboccano l’ultima curva si aggiunge il sentimento della devozione. E’ incredibilmente bello pensare di esserci il giorno dell’ultimo trionfo e poi poterlo raccontare. Si tende a rispettare anche chi non si era mai tifato prima, per una questione di reverenza o riconoscimento di forza. In questo caso fa male riscontrare l’errore strategico che sta alla base della sconfitta di un campione navigato come Rossi, al di là dei comportamenti egocentrici di Marquez. Ma ripeto, è difficilissimo non comprenderlo.

Peccato, perché ormai ci aveva creduto. Ormai quel ragazzino che davanti allo specchio era diventato uomo, aveva trovato la sua risposta. Perchè continuo? Per questo momento. Ma ora che quel momento è svanito, che si è dissolto proprio mentre allungava la mano per afferrarlo, la risposta sarà diventata “Certamente non per questo”.

 

Giuseppe Villani

 

N.B. Questo articolo ti è piaciuto? Seguici sulla nostra pagina Facebook “It Must Be Sport” per non perdere nemmeno uno dei nostri articoli e rimanere costantemente e gratuitamente aggiornato 24 ore su 24 su tutto quello che succede nel mondo dello sport!

 



  •  
  •  
  •  
  •  

About author View all posts Autor website

Giuseppe Villani

Studente di medicina con la passione per qualsiasi competizione. Leggere, scrivere e suonare è tutto quello che so fare. Vodka Martini please, shaken, not stirred.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.