Il segreto della rinascita di Federer si chiama Stefan Edberg

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Il Roger Federer del 2014 è tutto un altro giocatore rispetto a quello del 2013, ma non solo. E’ un Federer offensivo, spettacolare, che attinge a tutta la sua incredibile tavolozza di colpi. Dipinge tennis con quell’eleganza che tutti gli invidiano, con una varietà che sembrava aver dimenticato anche negli anni migliori, quando tra lui e il resto del gruppo c’era un abisso. Se è tornato ad essere un serio pretendente al trono mondiale, il merito va soprattutto al suo nuovo coach, nonchè idolo da bambino: Stefan Edberg.

Federer e Edberg

Federer e Edberg

E’ l’estate del 2013 e Federer pare un giocatore allo sbando. Le sconfitte con Stakhovsky, Del Bonis e Brands fanno precipitare i tifosi dello svizzero nello sconforto. La partita perduta agli Us Open contro Robredo viene definita da Roger come la sua peggior sconfitta degli ultimi dieci anni. La schiena non funziona e con essa tutto il corpo del super campione elvetico. Niente servizio, dritto non più incisivo e rovescio ballerino lo relegano ad un ruolo di comprimario d’Elite, la triste fine di una vera e propria leggenda. Prova a cambiare racchetta, stravolge i suoi programmi è frustrato e nervoso, non riesce ad allenarsi e non riesce a giocare, si qualifica al Master per il rotto della cuffia e prova a dare qualche segno di risveglio, comunque troppo poco per uno come lui.

Poi la svolta. Nell’inverno tra il 2013 e il 2014, Roger afferma di aver iniziato una collaborazione con il suo idolo di sempre, il re del Serve & Volley, Stefan Edberg. La schiena va meglio e lo svizzero si allena duramente, molto più del solito, con una fame di rivalsa che gli fa mostrare gli occhi della tigre, non è più il robot del quadriennio magico, ma un campione dall’orgoglio immenso che vuole affermarsi anche quando i suoi coetanei sono tutti in pensione. Il resto è storia. Federer risale la china ed in breve spezza il duopolio Djokovic-Nadal, gioca 9 finali vincendone 4 e sfiora il suo ottavo Wimbledon in una finale thriller contro Djokovic, dopo la doppietta Cincinnati-Shanghai (non aveva mai vinto due mille consecutivi da quando si chiamano così), può sognare in grande ed addirittura puntare a tornare ad essere il numero uno del mondo, sarebbe il più anziano numero uno di sempre se vi riuscisse.

Roger Federer

Roger Federer

 

Ma cosa è cambiato in modo così repentino? Come può un tennista che fisicamente vale la metà di quando dominava, essere ancora lassù a stupire il mondo intero? La risposta ce la fornisce lo stesso Roger ogni volta che lo ammiriamo in campo e il regista sposta la telecamera sul suo angolo, dove siedono Mirka, Luthi ed Edberg. Lo svedese ha progettato un piano perfetto per rimettere Federer in tiro, ha modificato la sua preparazione atletica, rendendolo sempre meno maratoneta ma più abile a tenere un ritmo indiavolato per brevi periodi. Edberg ha poi scavato nell’enorme bagaglio tecnico di Federer, aggiungendovi una tattica totalmente nuova, un mix tra il power tennis moderno e quello super offensivo degli anni ’80. Così Roger ha ripreso da dove aveva iniziato, dalla partita con Sampras nel 2001, al primo Wimbledon del 2003. Ha ricominciato a prendere la rete ogni volta che ciò si è reso possibile, anche con attacchi non definitivi nella speranza di non dover remare da fondo prosciugando le proprie energie e potendo accorciare gli scambi e lo sforzo profuso. Il servizio è tornato devastante e la capacità di variazione di questo fondamentale ha permesso a Federer di seguirlo a rete e chiudere rapidamente il punto, consentendogli di mantenere i propri turni di battuta agevolmente e poter gestire al meglio l’intero arco della gara. La maggiore concretezza mentale, data anche da un’esperienza impensabile per chiunque altro, gli permette di scegliere chirurgicamente quando alzare il livello del proprio gioco e dar fondo alle proprie riserve energetiche. Ne fuoriesce un giocatore completamente fuori dagli schemi, che alterna chip&charge ad estenuanti scambi in risposta, che alterna la pazienza alle risposte al fulmicotone, rovesci in back offensivi o difensivi, palle corte e dritti in top o piatti, in una varietà di scelte che mandano in confusione gli avversari abituati al tennis monocorde moderno.

Stefan Edberg

Stefan Edberg

La voglia di vincere di Federer è la molla che ha dato terreno fertile ad Edberg, allenatore del quale, probabilmente, si fida ciecamente. Quante volte abbiamo visto un testardo Federer, convincersi di poter battere Nadal sulla terra scambiando da fondo, per poi rimediare sconfitte in serie? Ha messo da parte la presunzione e l’arroganza del più forte, ha sposato l’umiltà e la dedizione di un uomo che non ha più il margine di un tempo. Lo ha fatto per amore del gioco, per amore della vittoria. Si è ricostruito per la terza volta in carriera e sta cogliendo risultati incredibili, ha dominato come nessuno fra il 2004 e il 2007, ha saputo soffrire e tornare al trionfo fra il 2008 e il 2012, ma mai come in quest’ultima stagione aveva messo così d’accordo i tifosi del tennis. Anche i suoi detrattori finiscono per tifarlo, ne riconoscono la grandezza e ne ammirano la genialità in campo, è semplicemente, dannatamente bello vederlo giocare. Ultimo maestro di un tennis che non esiste più, può ancora salvare questo splendido sport, ogni sua partita è uno spot che ci invita ad uscire dallo strapotere fisico in cui ci stiamo infilando, perché il tennis è un colpo di genio, una stopvolley in allungo, una smorzata delicata, il bacio di una frustata liquida, e il vecchio Jedi Federer, aiutato dal suo maestro Edberg è ancora lì, ultimo baluardo di una tradizione che non vuole scomparire, spettacolo per gli occhi del mondo che riesce ancora a stupire.

 

Giuseppe Villani   –   peps17 on Twitter

 

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Giuseppe Villani

Studente di medicina con la passione per qualsiasi competizione. Leggere, scrivere e suonare è tutto quello che so fare. Vodka Martini please, shaken, not stirred.

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