Lost generation, da Hemingway a Dimitrov

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Quando Milos Raonic e Grigor Dimitrov raggiungevano la semifinale di Wimbledon 2014, la maggior parte degli addetti ai lavori si diceva piuttosto convinta che i tempi fossero maturi e che la nuova generazione fosse prossima al cambio della guardia. Oggi, dopo più di un anno da quell’evento e al termine della stagione 2015 ci troviamo a refertare l’esatto contrario di quanto previsto 12 mesi fa.

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La finale Slam più impronosticabile dell’ultimo decennio rischia seriamente di rimanere un eccezionale caso isolato.

Qualcuno potrebbe obiettare che più emblematica sia stata la finale a sorpresa degli Us Open tra Kei Nishikori e Marin Cilic, ma io credo che pur nella sua unicità, l’atto conclusivo di Flushing Meadows 2014, si sia rivelato più una conseguenza di quanto accaduto sui prati di Wimbledon che l’inizio del cambiamento vero e proprio. In realtà, quello che doveva rivelarsi come come un momento cruciale per la storia del tennis ha finito per rimanere un caso isolato, una splendida illusione di ciò che sarebbe potuto o dovuto essere ma che non è stato e probabilmente non sarà. Il 2015 infatti ha visto regnare egemonicamente Novak Djokovic che ha disputato le finali di tutti e quattro gli Slam, perdendo solamente da Wawrinka a Parigi, con Roger Federer che si è dimostrato l’unico possibile contendente del serbo sui campi veloci. Fin qui niente di assurdo, visto il talento di base di questi due fuoriclasse  e futuri Hall of Famer, che tendono a raggiungere il picco di forma e gioco negli Slam. Il campanello di allarme inizia invece a suonare scorrendo la lista dei vincitori e finalisti dei Master 1000, tornei in cui storicamente i giochi sono più aperti e passibili di soprese, e non trovando fra questi nessun tennista nato dopo il 1987.

Scorrendo la classifica ATP notiamo come nelle prime 14 posizioni solamente Nishikori (6) e Raonic (9) siano nati dopo il 1987 e dopo di loro troviamo Goffin, ma sopratutto Tomic e Thiem (92-93) che sanciscono una voragine tennistica, la lost generation dei nati fra il 1988 e il 1992.

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Per ragioni diverse e problemi di ogni genere, nessuno ha spiegato meglio di Bernard Tomic il concetto di “Lost”. Tuttavia, per ragioni anagrafiche, fa ancora in tempo a regalarsi qualsiasi cosa. Basta che lo voglia davvero.

Comprendere le motivazioni di questa mancanza di talento nel quadriennio olimpico che va da Seoul a Barcellona è argomento che si sposta dall’oggettivo per avventurarsi nei pericolosi sentieri delle supposizioni, ma proveremo ad analizzarle, coadiuvati dall’impressionante mole di dati che ci mette a disposizione la stessa ATP. Prima di tutto voglio escludere da questa dissertazione il più grande e forse unico talento di questa generazione, ovvero lo sfortunato Juan Martin Del Potro, che nei suoi periodi senza infortuni ha dimostrato di poter combattere ad armi pari con tutti i fenomeni del tennis mondiale.

Il Contesto – La prima soluzione ad un problema, è cosa nota, rischia di essere la più banale ma non per questo va sottovalutata. Competere nello stesso periodo di campioni del calibro di Federer, Nadal, Djokovic e Murray ma anche Wawrinka, Ferrer e Berdych, non deve essere cosa semplice. Complicato ottenere ossigeno, punti e risultati quando i tuoi avversari cannibalizzano il circuito. Anche nei momenti migliori, leggasi estate 2014 per Dimitrov e Raonic, o Primavera/Autunno 2014 per Nishikori, i loro sogni hanno inevitabilmente cozzato con la generazione d’oro del tennis di questo millennio. Non essendo il Tennis uno sport da “One shot”, bensì un gioco in cui le vittorie si costruiscono punto su punto e in cui il dettaglio assume un’importanza capitale più che in altri sport, sono svariati gli esempi di match che avrebbero potuto girare una stagione e probabilmente scongiurare l’appellativo di “Lost Generation”.

La mancata rimonta di Dimitrov nella semifinale di Wimbledon 2014 contro Djokovic, annientata da una ripresa improvvisa del serbo che ha annientato i sogni di gloria del miglior Dimitrov di sempre, che a un certo punto sembrava davvero godere dell’inerzia del match dalla sua. E’ di certo paradossale che la prestazione più significativa di Dimitrov coincida con una sconfitta per 3-1, dunque netta.

La finale di Madrid 2014, in cui Nishikori irrise Nadal sulla terra rossa per più di un’ora, salvo poi dover abbandonare per infortunio la contesa.

Il primo sintomo del malanno di Nadal. Nishikori al proprio meglio, prima di farsi male.

 

La finale di Montreal 2013, nella quale il padrone di casa Raonic venne surclassato senza appello da Nadal. Tre rappresentazioni di una generazione che brilla per longevità e costanza ma che ha comunque abbassato i suoi standard qualitativi negli ultimi tre anni, senza che nessun giovane abbia saputo approfittarne.

L’evoluzione dello sport – Rafa Nadal rimarrà a lungo l’ultimo teenager ad aver vinto uno Slam. Se nel passato non era raro trovare ragazzini con un trofeo Major in mano, l’evoluzione dello sport in generale ed anche nel tennis nello specifico sta andando verso un progressivo invecchiamento del picco qualitativo. I nuovi allenamenti, le tecnologie dei materiali, le diete personalizzate e l’avvento dei computer hanno reso molto più longeva la carriera dei tennisti di prima fascia, conferendogli un enorme vantaggio dettato da una lunga esperienza, che non viene più neutralizzata dalle mancanze fisiche. Sembra un controsenso, ma in uno sport che si sposta sempre più verso la predominanza atletica il passare degli anni sembra risentirne meno di prima. La struttura muscolare di un ragazzo di 17 anni sarà difficilmente a livello di quella di un 26enne, così come la tecnica e la capacità di leggere tatticamente ed emotivamente una partita. Federer all’età di Nishikori aveva vinto più di 10 Slam, come lui anche Nadal e Djokovic, eppure parliamo della medesima epoca tennistica.

La pressione – Giocare ad alti livelli porta con sè una pressione non indifferente, soprattutto se nella tua carriera da Junior ti sono stati affibbiati i nomignoli più disparati che lasciavano presagire una carriera da numero uno in tempi brevi. La stampa e i media troppo spesso dimenticano il contesto storico, gli avversari, gli infortuni e i problemi psicologici che un ragazzo con addosso le speranze di una nazione può trovarsi ad affrontare, caricandolo di pressioni, enfatizzando negativamente ogni sconfitta e non lasciandogli tregua neppure quando vince pur senza esprimere il miglior tennis. Alla lunga si rischia di rimanerne logorati, finendo in un limbo dorato, perché parliamo comunque di tennisti di livello mondiale con la pressione di doversi affannare a ricercare una dimensione che non è la propria, dimenticando che la maturità sportiva può essere raggiunta anche in età intermedia e che bisogna concentrarsi solo sulla crescita spontanea del proprio gioco. Alcuni, vedi Wawrinka, sono riusciti a comprendere la propria dimensione naturale e ad imbastire un programma di crescita tecnica, fisica e mentale, tre aspetti che legati dal talento costituiscono il “treppiedi” del tennista moderno, che li ha portati a risultati insperati solamente un paio di anni prima.

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Stanislas Wawrinka ha vinto due Slam negli ultimi due anni. Sulla singola partita non è inferiore a nessuno. Djokovic e Federer compresi.

Il talento – Rimane solamente una motivazione da addurre, forse la più semplicistica, probabilmente la più logica: in questa generazione non è nato nessun fuoriclasse. Lo pensano in molti, lo dicono in pochi perché ne temono gli effetti per il futuro del circus. Quando Andre Agassi e Pete Sampras si affrontavano nella finale degli Us Open del 2002, l’ATP era ad un passo dal baratro. Ritiratosi Pistol Pete, infatti, ci è trovati a fronteggiare un periodo pieno zeppo di ottimi giocatori ma senza un faro che attraesse pubblico ed investitori. Poi è caduto dal cielo Roger Federer che per un decennio, da solo, è bastato a riempire le tribune del mondo intero. Fortuna dell’ATP ha voluto, poi, che oltre allo svizzero siano sbocciati Nadal prima, Djokovic e Murray poi, oltre a personaggi come Del Potro e Soderling, Ferrer e Wawrinka che hanno contribuito alla generazione d’oro della storia del tennis.

Questo susseguirsi di campioni, di giocatori d’élite, ha distorto la concezione di Sport dello spettatore medio ed anche degli addetti ai lavori, traslando una situazione di anormalità nella sfera dell’abitudine. Sostanzialmente ci siamo solamente abituati male ad avere un nuovo grande tennista ogni 2-3 anni e un gruppetto di 3-4 coetanei che lo seguono a ruota, questa generazione manca del gruppetto degli inseguitori ed ha visto il suo battistrada, Del Potro, eliminato dai guai fisici. Solo il tempo potrà dirci se e quando qualcuno di loro esploderà, ma ad oggi il vuoto creato dalla Lost Generation è la ragione per cui Djokovic è imbattibile dodici mesi l’anno, Federer nonostante abbia perso potenza nei suoi colpi è ancora in grado di mettere insieme numeri e vittorie paragonabili a quelle di 10 anni fa e Nadal nel 2013, benché molto lontano dai picchi del 2008 e 2010 abbia comunque potuto ottenere una stagione leggendaria. Tifosi del tennis, purtroppo dobbiamo farci una ragione poco romantica e più oggettiva di tutto questo.

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Il dominio Tennis in un’unica foto

Giuseppe Villani

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Giuseppe Villani

Studente di medicina con la passione per qualsiasi competizione. Leggere, scrivere e suonare è tutto quello che so fare. Vodka Martini please, shaken, not stirred.

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